BonelliErede, la maturità di un progetto istituzionale: «Fatturato 2025 da record»
Intervista esclusiva di TopLegal al presidente Massimiliano Danusso e al managing partner Eliana Catalano, al terzo anno del loro mandato
Gli studi legali s’interrogano sulla tenuta dei margini. Il mercato legale italiano affronta una stagione all’insegna dei cambi di poltrona. La mobilità tra partner non è più episodica ma strutturale e le grandi law firm ne misurano l’impatto. BonelliErede risponde con la forza dei propri fondamentali.
Il 2025 si è chiuso con il fatturato record, il più alto di sempre. Un risultato che brilla di luce propria in un’annata segnata da 170 partner di diversi studi legali che in Italia hanno cambiato insegna mentre contemporaneamente, nel segmento d’élite, la guerra dei talenti lascia il passo a una strategia di trinceramento (leggi il lateral monitor del nostro Osservatorio TopLegal).
Lo studio guidato da Eliana Catalano e Massimiliano Danusso ha trovato nella propria struttura istituzionale la risposta ideale alle volatilità del mercato e alle sue incertezze e all’uscita di alcuni soci.
Il modello BonelliErede, 650 professionisti e circa 90 partner, cresce perché in grado di trascendere le individualità. Ed è pronto al grande passo: la nuova grande sede in Porta Nuova a Milano.
Un brand indipendente dalle singole figure di riferimento
«Un tempo chi iniziava la carriera in uno studio, con ogni probabilità la finiva lì. Oggi io stessa dico spesso di essere quasi un dinosauro, perché oramai la permanenza pluridecennale non è più la regola, ma l’eccezione», confessa Eliana Catalano, managing partner.
«Questa dinamicità è frutto di un trend che in altri Paesi è ancora più accentuato, come sulla piazza londinese dove i cambi di poltrona sono all’ordine del giorno. Ci abbiamo fatto l’abitudine, ma c’è un dato che parla chiaro: l’anno scorso è stato l’anno record in termini di fatturato dalla nostra costituzione. È la prova che il lavoro di istituzionalizzazione fatto nel tempo ha pagato».
Il messaggio che emerge dal confronto con Catalano e con il presidente Massimiliano Danusso è quello di un’organizzazione che ha saputo rendere il proprio brand indipendente dalle singole figure di riferimento. Se da un lato il mercato si muove, dall’altro lo studio attrae professionisti di alto standing, spesso compiendo il percorso inverso rispetto a quello visto in passato.
La fiducia nell’Italia degli investitori stranieri
«Abbiamo beneficiato di questa fluidità attirando profili di altissimo livello provenienti da note realtà internazionali», sottolinea Catalano. «È un trend quasi opposto a quello del quinquennio scorso, dove gli spostamenti erano quasi esclusivamente verso studi americani o di matrice UK. Ora vediamo il contrario, segno che l’Italia oggi “va di moda” ed è considerata un’economia stabile, capace di generare fiducia negli investitori stranieri».
Una tenuta, questo va detto, che resta comunque legata a doppio filo agli equilibri globali e che potrebbe essere messa a dura prova, al pari del resto d’Europa, dalle crescenti tensioni nel quadrante tra USA, Israele e Iran che scuotono i corridoi mediorientali.
Conclude Catalano: «I fondi di private equity ci dicono che prima il country risk era la prima domanda; oggi l’investimento in Italia è considerato sicuro».
Tuttavia, l’interesse delle insegne estere porta con sé una volatilità legata alle strategie globali delle case madri. A fare la differenza, per Danusso, è la continuità del progetto domestico: «Gli studi internazionali spesso fanno scelte di campo molto nette, investendo in settori specifici come il private equity o il finance. Chi lavora con noi, invece, vede uno studio full service che in Italia investe su tutto, senza distinzioni. Noi siamo qui per rimanerci e continuare a crescere».
Il bilancio del biennio: leadership e mercati esteri
Mentre si avviano verso il terzo anno di mandato, Catalano e Danusso tracciano un primo bilancio focalizzato sulla coesione interna: «In questi due anni siamo riusciti a rendere la partnership ancora più forte, investendo molto nella collaborazione fra soci», spiega il presidente Danusso.
«Abbiamo dato alle nuove generazioni ruoli di leadership e di traino all’interno dell’associazione, perché l’istituzionalizzazione passa inevitabilmente anche dal coinvolgimento dei più giovani». BonelliErede punta anche sulla crescita interna: Francesca Peruzzi, Riccardo Denaro e Pietro Ferretti sono le ultime promozioni a partner, tutti e tre cresciuti all’interno di BonelliErede.
Sul fronte della proiezione esterna, il biennio ha visto un consolidamento della presenza internazionale. Dopo gli investimenti in Medio Oriente e Africa, lo studio ha puntato a rafforzare il dialogo con i mercati anglosassoni. «Abbiamo rinforzato la sede di Londra e aumentato la nostra visibilità negli Stati Uniti», continua Danusso. «Non abbiamo aperto una sede a New York, ma abbiamo creato un team che assicura una presenza costante, organizzandoci meglio per rispondere a una domanda che resta alta nonostante i cambiamenti geopolitici».
L’addio a via Barozzi, la sfida dell’AI
Il 2026 segnerà però uno spartiacque fisico e simbolico destinato a restare nella storia dello studio: il trasloco dalla storica sede di via Barozzi a Milano, previsto per l’ultimo trimestre dell’anno.
Un indirizzo che per decenni è stato identificato con l’anima stessa di BonelliErede e la cui sostituzione rappresenta il segnale più tangibile di una nuova era. Non solo via Barozzi: si tratta di un progetto di consolidamento di tutte e tre le sedi di Milano dello studio (via Andegari e via Marostica NdR).
Questa evoluzione strutturale viaggia in parallelo con quella tecnologica. «Stiamo vivendo la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e da anni ci impegniamo per studiare e quindi adottare i migliori strumenti sul mercato e naturalmente a formare le nostre persone», conclude Danusso.
«Abbiamo lanciato un programma di AI che entro un paio di mesi coprirà tutti i professionisti dello studio». Un percorso che punta a consolidare BonelliErede come istituzione pronta alle sfide del futuro, capace di innovare i processi e i luoghi del lavoro senza mai smarrire la propria identità originaria.
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