Meno operazioni. Più miliardi. Meno pratiche complessive sui tavoli degli avvocati, più mandati dal peso specifico nettamente superiore. È la fotografia del mercato italiano dell’M&A nel primo semestre 2026.
La riportano Breaking through the noise: Italian M&A and PE activity in 2026, ricerca realizzata da Mergermarket in collaborazione con Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, e Deal Drivers Emea, report internazionale relativo al primo trimestre dell’anno realizzato da Mergermarket con il supporto di Datasite.
Con 87 miliardi di euro di controvalore complessivo, il mercato italiano dell’M&A registra una crescita del 116% rispetto ai 40,3 miliardi del primo semestre 2025, a fronte di 751 operazioni (+6%).

Fonte: Breaking through the noise, Italian M&A and PE activity in 2026 (Mergermarket e Gatti Pavesi Bianchi Ludovici)
La crescita è trainata da alcune operazioni di dimensioni eccezionali, tra cui la rinazionalizzazione di TIM attraverso Poste Italiane e le grandi operazioni nei comparti farmaceutico e finanziario. A rendere ancora più significativo il dato è un elemento metodologico: il report relativo al primo trimestre non comprende ancora l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, annunciata a giugno e destinata ad aumentare ulteriormente il peso del semestre.
Per il mercato legale questo scenario produce un effetto molto preciso: il numero complessivo dei dossier non cresce nella stessa misura del loro valore. Da un lato rallenta il mid-market, storicamente responsabile del flusso più continuo di incarichi; dall’altro si concentrano poche operazioni straordinarie che richiedono competenze integrate in materia di golden power, regolazione, antitrust, mercati dei capitali e finanza strutturata.
Il quadro è completato dalla forte vivacità del private equity, che ha chiuso il semestre su livelli record grazie ai grandi capitali internazionali, a cui si aggiunge il contributo determinante del settore infrastrutturale e della transizione energetica.
L’Italia rappresenta così un’eccezione rispetto all’Europa, dove il numero complessivo delle operazioni arretra dell’8% sotto il peso dell’incertezza geopolitica e del costo del debito. Se Regno Unito, Francia e Germania rallentano sia per volumi sia per valori, il mercato italiano aumenta sensibilmente il controvalore grazie a poche operazioni di dimensione eccezionale, dinamica che lo avvicina solo in parte a quello della Spagna, sostenuta soprattutto dagli investimenti in infrastrutture ed energia.

Andamento del primo trimestre (Q1) nei principali Paesi Ue. Fonte: Rielaborazione dati Datasite e Mergermarket
Non è finita. Se guardiamo al primo trimestre dell’anno, siamo posizionati al secondo posto tra i Paesi che hanno investito di più (Top Bidders) in operazioni di M&A tra Europa, Medioriente e Africa (Emea), con 57,265 miliardi di euro investiti, superando Regno Unito (45,37 miliardi), Francia (27,31 miliardi) e Germania (21,63 miliardi), dietro solo agli Stati Uniti (112,78 miliardi di euro).

Fonte: Deal Drivers Emea 1Q 2026 (Mergermarket e Datasite)
Chi investe in Italia: bidder e settori più attivi
Guardando alla provenienza dei capitali, se l’Italia si conferma seconda nell’area EMEA per investimenti complessivi, una spinta determinante arriva dal perimetro nazionale: nel proprio mercato, infatti, e sempre nel primo trimestre dell’anno, le operazioni condotte da bidder italiani valgono 26,25 miliardi di euro, anche in questo caso un dato che sopravanza nettamente gli operatori esteri più attivi, Regno Unito (6 miliardi), Stati Uniti (2 miliardi), Francia (1,245 miliardi) e Repubblica Ceca (216 milioni).
Il quadro conferma il ruolo centrale dei capitali domestici nelle operazioni realizzate sul mercato italiano, pur in presenza di investitori esteri protagonisti delle operazioni di maggior valore. Per gli studi legali questo significa che la maggior parte dell’attività continua a svilupparsi sul mercato del Belpaese, mentre le operazioni di maggiore valore richiedono sempre più spesso team multidisciplinari e competenze cross-border.
Sul fronte settoriale, il numero di operazioni racconta una storia diversa dal valore. Per volume, a guidare la classifica del trimestre è Industrials & chemicals con 78 operazioni, seguito da Tmt (51), Business services (47), Consumer (38) e Financial services (26): è il segmento più dinamico in termini di attività, seppur con dossier di dimensioni contenute.
Per valore, invece, il podio si ribalta: il Tmt domina con 21,8 miliardi di euro, trainato dalla maxi-operazione Poste Italiane-Tim, seguito da Pharma, medical & biotech (6,39 miliardi), Financial services (3,084 miliardi), Energy, mining & utilities (1,815 miliardi) e Consumer (1,205 miliardi).
Il disallineamento tra numero di operazioni e controvalore conferma la tendenza che attraversa tutto il semestre: una quota crescente del valore complessivo del mercato si concentra in pochi dossier di dimensioni eccezionali. Per gli studi legali, questo significa una domanda di consulenza fortemente polarizzata sulle competenze regolatorie, antitrust e di finanza straordinaria, imprescindibili nei Financial Services e nel Tmt, a scapito della consulenza generalista tipica dei dossier industriali di taglio più contenuto.
Un mercato a due velocità: i motivi

L’immagine restituita dai report è dunque quella di un mercato diviso, con ripercussioni dirette sulle practice legali. Il mid-market continua a rallentare perché il costo della leva finanziaria resta elevato, le banche mantengono un atteggiamento prudente e la distanza tra le aspettative dei venditori e quelle degli acquirenti continua a rendere difficili molti buyout di media dimensione.
Al contrario, i grandi fondi internazionali e i gruppi industriali continuano a disporre di abbondante liquidità, accumulata grazie alle raccolte record degli anni passati e al rallentamento delle exit negli ultimi due anni. Questo dry powder viene oggi impiegato in modo estremamente selettivo, privilegiando pochi asset strategici di grandi dimensioni.
Non è un caso che il Private Equity abbia raggiunto nel primo semestre quota 20,9 miliardi di euro, +73% su base annua, a fronte di 110 operazioni, -15%, con nove delle prime dieci transazioni guidate da acquirenti internazionali.
In altre parole, l’Italia investe direttamente nei grandi progetti strategici nazionali, mentre il private equity di fascia alta continua ad attrarre soprattutto capitali internazionali, chiamati a sostenere operazioni che richiedono masse finanziarie difficilmente reperibili sul solo mercato domestico.
Top 10 deal in Italia nel I semestre 2026

Rielaborazione TopLegal da Breaking through the noise: Italian M&A and PE activity in 2026 (Mergermarket e GPBLi)
La classifica evidenzia un mercato fortemente concentrato. Le prime tre operazioni, Intesa Sanpaolo-Mps, Poste Italiane-Tim e il take-private di Recordati guidato da CVC, concentrano una quota molto significativa del valore complessivo. Alle loro spalle si collocano una serie di operazioni di dimensione significativamente inferiore.
La corsa verso gli asset difensivi e regolamentati
La distribuzione settoriale mostra in definitiva una crescente preferenza per asset regolamentati o caratterizzati da elevata resilienza: infrastrutture, telecomunicazioni, energia, farmaceutico e servizi finanziari. Si tratta di comparti nei quali il rischio regolatorio e quello industriale procedono di pari passo, rendendo la consulenza legale determinante già nelle fasi preliminari dell’operazione.

La nuova geografia della consulenza legale
In conclusione, i numeri del primo semestre raccontano un mercato che non è tornato a espandersi in modo uniforme, ma che ha premiato la complessità. Più che un ritorno del grande M&A diffuso, emerge un modello nel quale pochi mandati concentrano la quota prevalente del valore e richiedono competenze sempre più specialistiche e multidisciplinari. In questo contesto trovano vantaggio competitivo gli studi capaci di assistere operazioni ad alta intensità regolatoria e finanziaria, da segnalare la leadership di Gatti Pavesi Bianchi Ludovici nelle league table del primo semestre con circa 82 miliardi di euro di controvalore assistito (leggi qui la notizia). Resta invece da capire se e quando il mid-market tornerà a rappresentare il motore più diffuso dell’attività degli advisor.


