Sergio Erede, scomparso il 17 ottobre a 86 anni, non veniva dalla tradizione italiana dell’avvocato-notabile. Laureato alla Statale di Milano nel 1962, conseguì un LL.M. a Harvard e esercitò presso Hale & Dorr a Boston e da Sullivan & Cromwell a New York. Dal 1965 al 1969 diresse gli affari legali di IBM Italia. Il diritto dell’impresa e dei mercati era allora presidiato da una cerchia ristretta di professori e professionisti ragguardevoli: Guido Rossi, Grande Stevens, d’Urso, Pedersoli, Irti, Jaeger, Libonati, Schlesinger. Erede portava un’altra scuola, quella delle law firm americane dove il giurista origina e partecipa all’operazione invece di esserne solo l’esegeta.

Lo studio

Nel 1969 avviò Erede Bianchi e Giliberti, poi Erede e Associati (1995). Nel 1999, la fusione con Bonelli e Associati di Genova e Pappalardo e Associati di Bruxelles diede vita a Bonelli Erede Pappalardo. Erede ha sempre respinto la lettura puramente difensiva di fronte all’ondata di studi londinesi in Italia. Per lui la fusione fu la risposta a un mercato che chiedeva capacità di M&A, quindi dimensione e struttura. Sulla carta tre sedi, ma di fatto un baricentro milanese dove risiedevano il suo studio e la sua clientela e dove oggi sorge il nuovo quartier generale di Porta Nuova. La successiva istituzionalizzazione va attribuita allo studio nel suo insieme. Dal 2010, inizia il processo di riforma della partnership come premessa per il passaggio generazionale. Tutti i soci full equity, lockstep accorciato, spersonalizzazione della clientela, project management per coordinare i flussi di lavoro, poi il marchio semplificato in BonelliErede (2015). Nel 2019, l’integrazione dello studio di Giuseppe Lombardi, circa settanta professionisti tra i principali indipendenti italiani nel contenzioso e nel societario, ha ripreso la logica della crescita per arrivare ai 581 professionisti e 260 milioni di ricavi stimati del 2025. Nello stesso solco la strategica internazionale. Da una parte, la lunga cooperazione non esclusiva con i “best friends” europei, Slaughter and May in testa, al posto dell’affiliazione a un gigante angloamericano. Dall’altra, dal 2016, l’apertura al Cairo e ad Addis Abeba, poi Dubai. Un piano votato dai soci e affidato a un comitato autonomo. Dentro un mercato italiano a bassa crescita, ha rappresentato la scommessa su cui lo studio ha giocato il suo futuro.

Il profilo

Erede ridefinisce la figura dell’avvocato d’affari. Non più un semplice tecnico a cui chiedere un parere, e nemmeno solo un abile negoziatore ma un rainmaker, capace di anticipare gli scenari e di ideare il mandato stesso, con una clientela fatta soprattutto di imprenditori privati assistiti nelle dismissioni pubbliche e nelle scalate. A questo aggiunse il ruolo di imprenditore. Dal 2013 presidente di Space Holding, promotore di quattro SPAC quotate che hanno investito oltre un miliardo (Fila, Avio, Aquafil, Guala Closures), con un family office attivo in private equity e immobiliare, ha ricoperto incarichi nei consigli di amministrazione di società come Aon Italia, Autogrill, Carraro, Gruppo Galbani, Interpump, Marzotto e Manuli Rubber. Questo ruolo multiforme non nasce dal nulla. Il capitalismo italiano ha una struttura propria, fatta di controllo familiare, patti e relazioni di lungo periodo, tale da produrre una figura che le categorie professionali contemplano con difficoltà. Erede ne è stato l’interprete più esteso. L’autorità professionale si convertiva in capitale, mentre la credibilità, l’accesso e la conoscenza dei dossier maturati come consulente rendevano plausibile l’invito a investire al suo fianco, e i veicoli che ha promosso hanno attratto le principali famiglie imprenditoriali. Per un ruolo così non esiste ancora una tipologia riconosciuta: né avvocato in senso stretto, né consigliere indipendente, né imprenditore, né investitore. Con Erede nasce qualcosa di nuovo.

La rete

Il suo capitale era la fiducia dei capitalisti privati. Tra i clienti Del Vecchio, Salini, Bertelli e Prada, De Benedetti, Colaninno, Caprotti, Benetton e Cairo. Famiglie e imprenditori che, nel capitalismo di relazione italiano, non cercano un fornitore di servizi ma un interlocutore che ne conosca la storia e ne accompagni le scelte. Erede ne è stato per decenni uno dei garanti, entrato presto nella ristretta cerchia di professionisti che si occupavano di impresa e finanza ai massimi livelli. Il legame più lungo è stato quello con Leonardo Del Vecchio, da Luxottica-Essilor a Delfin, consigliato insieme al banchiere Vittorio Grilli. Il suo posto nel sistema era quello dell’avvocato dei privati prima e dopo la stagione dei salotti. Una rete fatta di persone prima che di mandati.

Le battaglie

Se la rete dice chi si fidava di lui, le battaglie dicono come ha speso quella fiducia. La sua storia coincide con alcune delle partite che hanno ridisegnato il capitalismo italiano: l’OPA Olivetti su Telecom nel 1999 e il passaggio di Olivetti-Telecom a Pirelli e Benetton, Generali-INA, Enel-Endesa, le privatizzazioni di Autostrade e Aeroporti di Roma. Poi gli ultimi vent’anni e i dossier più contesi: Delfin in Mediobanca e Generali, con la richiesta alla BCE per salire nel capitale di Piazzetta Cuccia preparata con il suo aiuto, fino all’offerta di MPS nel gennaio 2025; RCS, dove nel 2016 stava con Cairo contro Mediobanca, spesso dalla parte opposta agli assetti consolidati; l’arbitrato Caprotti-Esselunga da circa 900 milioni. Non sono mancati esiti meno brillanti. L’arbitrato di Cairo con Blackstone non andò come sperato e UBI non fermò l’OPA di Intesa. Ricordarli restituisce la misura giusta perché chi sceglie le battaglie più dure ne perde anche.

La nomea

In Italia è quella di un punto di riferimento. Lo studio lo ricorda per visione, rigore e indipendenza di pensiero, e Pietro Salini lo ha definito un maestro del diritto societario. La stampa finanziaria lo ha raccontato spesso come regista dietro le quinte, quella di settore come la nostra, uno dei fondatori del business law italiano e prova che gli studi nazionali indipendenti potevano reggere il confronto con le corazzate straniere. Sono giudizi che si sommano, il merito professionale e un’influenza che andava oltre il singolo mandato.

Dopo di lui

Con Erede scompare l’ultimo dei tre fondatori, dopo Franco Bonelli (2015) e Aurelio Pappalardo (2021), mentre lo studio traslocava a Porta Nuova. Aveva portato in Italia un’altra scuola, costruito il più grande studio legale associato del Paese, e inventato un ruolo che non ha ancora un nome. Il passaggio generazionale resta il punto debole storico degli studi professionali italiani, costruiti attorno a un fondatore che resta fino alla fine. Mettere alla prova la separazione tra uno studio e chi lo ha fatto nascere è la verifica più dura di un’istituzione. Superare questo passaggio dimostrerebbe che Erede ha lasciato più di una carriera, una scuola che non ha più bisogno di lui.