Guerra del Golfo: la geopolitica entra nello studio

Il modello di business delle law firm globali presuppone la stabilità dell’ordine giuridico internazionale sempre più frammentato

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Michael Di Palma  • 25/03/2026
di  Michael Di Palma
Editoriale marzo

Negli ultimi due decenni il Golfo è diventato una delle principali frontiere di espansione per i grandi studi legali occidentali. L’espansione si è basata su una specifica teoria di convergenza. I flussi di capitale, l’arbitrato internazionale e le operazioni di M&A avrebbero continuato a crescere all’interno di un ordine relativamente stabile fondato sul diritto. Esserne l’infrastruttura legale privilegiata rappresentava una sorta di rendita quasi inesauribile. Chi investiva a Dubai, Abu Dhabi e Riyadh non inseguiva solo fatturati elevati, scommetteva su una visione di come funziona il mondo.

Oggi quella visione è crollata. La questione non è se riprenderanno i volumi ma se l’architettura del diritto commerciale internazionale (ICC, DIFC, ICSID, ecc.) che questi studi servono e da cui traggono legittimità manterrà l’autorità che la rende preziosa. Tale autorità non è automatica. Deriva dalla percezione che le istituzioni operino al di sopra delle rivalità geopolitiche. Una percezione che si sta erodendo velocemente, creando tre pressioni per gli studi legali.

Primo, la frammentazione del sistema giuridico internazionale. L’arbitrato internazionale, grande motore di crescita della pratica legale globale, funziona a condizione che le controparti ritengano il foro neutrale e le decisioni effettivamente eseguibili. L’attuale contesto accelera una tendenza già visibile nel dibattito sul sequestro degli asset russi, nella strumentalizzazione delle sanzioni e nell’applicazione selettiva delle decisioni della ICJ, trattate dalle grandi potenze come strumenti di interesse nazionale. L’arbitrato non scomparirà, ma la sua pretesa di neutralità politica, fondamento della sua legittimità, potrebbe essere sempre più contestata.

Secondo, i rischi crescenti per gli studi operanti in Medio Oriente ma con sedi centrali a New York, Londra, Parigi, Milano e altrove. Queste giurisdizioni hanno regole deontologiche, professionisti mobili e investitori istituzionali con mandati ESG. L’assistenza legale a sostegno di Stati che violano il diritto internazionale umanitario genera esposizione, incidendo sulla politica interna degli studi, la retention degli associate e il lateral hiring. Gli studi che ignorano tali rischi scommettono che queste pressioni non raggiungeranno la massa critica.

Terzo, gli attriti all’interno della base clienti. I fondi sovrani del Golfo sono tra i clienti più redditizi, ma sempre più difficili da conciliare con i clienti e le giurisdizioni della Ue sensibili ai diritti umani. Gli studi che hanno costruito la propria presenza nel Golfo soltanto su prospettive di crescita economica affrontano rischi che le loro strategie non riconoscono pienamente.

Un’analogia storica di come un ordine giuridico considerato stabile e redditizio perde rapidamente legittimità agli occhi dei mercati e delle istituzioni è quello del Sud Africa negli ultimi anni dell’apartheid. Come oggi per l’infrastruttura dell’arbitrato internazionale, anche allora il sistema giuridico e finanziario sudafricano era trattato dagli operatori come neutrale e separato dalla politica. Fino a quando non lo fu più.

Il vero punto di svolta è questo. Gli studi legali hanno operato in base all’assunto che il rischio geopolitico fosse esterno al loro modello di business, una perturbazione temporanea prima del ritorno alla normalità. Assunto sempre più difficile da sostenere.

Per gli studi il cui valore dipende dall’infrastruttura e dalla legittimità dell’ordine giuridico internazionale, i conflitti geopolitici non sono scosse esterni, ma forze strutturali che stanno ridefinendo il mercato in cui operano. Chi non lo comprende potrebbe scoprire che la promessa di crescita nel Golfo, così convincente nel 2012, si fondava su una speranza fragile. Che l’ordine giuridico, base del proprio modello di business, sarebbe rimasto politicamente neutrale e istituzionalmente stabile.

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Michael Di Palma
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