Tax control framework: unopportunità di rafforzamento patrimoniale
A cura di Luca Nobile, Executive Senior Advisor - Studio Associato, Consulenza legale e tributaria (KPMG)
Il legislatore
italiano con scelta lungimirante ha istituito il nuovo regime di adempimento
collaborativo (cooperative compliance)
che è la risposta alla sempre più avvertita esigenza di superare la logica di
contrapposizione tra fisco e imprese. In estrema sintesi, a fronte
dell’adozione da parte delle imprese di un sistema di monitoraggio e controllo
dei rischi fiscali, sistema che naturalmente deve rispettare dei requisiti che
sono fissati dal legislatore e la cui presenza è verificata dall’amministrazione
finanziaria, garantisce una serie di vantaggi, primo tra tutti la possibilità
di un dialogo continuo e preventivo con l’Agenzia delle entrate.
A due anni
dalla sua introduzione, il “Compliance
Day”, organizzato lo scorso 18 ottobre da TopLegal in collaborazione con
KPMG, ha fornito l’occasione per condividere qualche riflessione e tracciare un
primo bilancio su quella che potenzialmente appare come la più rivoluzionaria
novità introdotta nel nostro ordinamento tributario negli ultimi anni. Dalla
discussione è emersa un’interessante chiave di lettura del Tax control framework come strumento di rafforzamento patrimoniale
dell’impresa in grado di svolgere, tra l’altro, la funzione di tenere sotto
controllo le liabilities potenziali.
Sotto questa prospettiva, l’implementazione di un Tax control framework assume un significato che non è limitato agli
effetti che può produrre nei rapporti con le autorità fiscali attraverso
l’ingresso al regime di adempimento collaborativo.
Lo sforzo organizzativo che
indubbiamente è richiesto in termini di risorse per predisporre un adeguato
sistema di monitoraggio e controllo del rischio fiscale, e per la sua
manutenzione, viene premiato in primo luogo dal “vantaggio competitivo” generato in termini di stabilità economica e
patrimoniale. Non a caso, nel corso del dibattito, è stato osservato come
l’estensione dei processi di gestione del rischio alle tematiche di carattere
fiscale abbia immediatamente guadagnato l’interessato apprezzamento degli stakeholder dell’impresa: investitori
che percepiscono una minor esposizione al pericolo di incorrere in perdite,
fornitori rassicurati sull’affidabilità commerciale e la stabilità
patrimoniale, dipendenti maggiormente tutelati da una chiara politica di
attribuzione delle responsabilità e, naturalmente, la generalità del pubblico,
non solo i potenziali clienti, sempre più attento agli aspetti etici della
gestione dell’impresa. Se ne ricava una percezione del rischio fiscale, non più
come una pericolosa zavorra il cui governo è delegato agli specialisti, ma come
un aspetto da valutare responsabilmente nell’ambito dei processi decisionali
dell’impresa. D’altra parte, apparirebbe incongruo non dotarsi di strumenti
adeguati a presidiare una fonte di rischio che coinvolge potenzialmente
qualsiasi ambito di attività dell’impresa e che può realizzarsi in danni
patrimoniali e reputazionali di impatto rilevante, proprio nel momento in cui
si va facendo strada una cultura della compliance
aziendale interpretata in modo sempre più estensivo.
In questa nuova
ottica, il Tax control framework non
è più, o non è più solamente, la chiave che garantisce l’accesso al regime di
adempimento collaborativo ma acquisisce un’importanza anche per quelle aziende
che, pur essendo ancora escluse dall’istituto per motivi dimensionali,
risultano comunque esposte ai rischi di contestazioni da parte dell’Agenzia
delle entrate e, conseguentemente, avvertono l’esigenza di evitare che scelte
operative non adeguatamente ponderate sotto il profilo fiscale possano produrre
pericolosi effetti negativi.
È sempre più avvertita, quindi, l’esigenza di un
approccio di tipo professionale alle tematiche di risk management, un approccio nuovo che sappia rispondere anche
alle sollecitazioni che provengono dall’area fiscale. I tempi cambiano rapidamente
ed anche la cultura aziendale deve sapersi adeguare con prontezza.
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