M&A in Italia: banche protagoniste e private equity in cerca di occasioni
L’Italia accelera nell’M&A. Secondo il report Defying the Odds pubblicato da Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, a trainare questa performance sono state le fusioni bancarie e alcune operazioni di private equity di ampio respiro, che hanno riportato al centro del gioco operazioni miliardarie destinate a ridisegnare gli equilibri del settore.
Nei primi sei mesi dell’anno il mercato delle fusioni e acquisizioni ha toccato quota 44,6 miliardi di euro, in crescita del 17% rispetto al 2024, mentre nel resto del continente si registra un calo medio del 2%.
La partita più importante si gioca attorno a Mediobanca. Da un lato la proposta da 14,7 miliardi di euro avanzata da Banca Monte dei Paschi di Siena, che sogna di creare un nuovo campione nazionale.
Dall’altro la contromossa della stessa Mediobanca, con un’offerta da 6,2 miliardi per conquistare Banca Generali e rafforzarsi nel wealth management.
Sullo sfondo, la mossa di Bper, che ha messo sul piatto 4,8 miliardi per la Popolare di Sondrio, con l’ambizione di diventare il terzo polo bancario del Paese.
Questi movimenti segnano una nuova fase di consolidamento nel credito italiano: gli istituti di credito italiani si presentano con bilanci più puliti, margini più ampi grazie ai rialzi dei tassi e una rinnovata fiducia degli azionisti.
Ora puntano alla scala, alla diversificazione e soprattutto a quei segmenti ad alto margine, dal private banking all’asset management, che promettono di trainare la redditività futura.
Ma se il valore delle operazioni cresce, il numero delle transazioni racconta un’altra storia. Nel primo semestre si sono chiusi 576 deal, il 17% in meno rispetto ai 698 dell’anno scorso.
Un calo che rispecchia l’andamento europeo e riflette le incertezze di un contesto segnato dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e da una congiuntura economica debole.
A farne le spese soprattutto il mid-market, mentre i grandi gruppi continuano a muoversi con decisione.
Il private equity, da parte sua, resta in movimento ma con maggiore cautela. I fondi hanno investito 9,6 miliardi di euro, in calo del 20% rispetto al 2024, frenati dal costo elevato del debito e da un clima geopolitico instabile.
Nonostante ciò, le operazioni di peso non sono mancate. La più significativa è stata l’acquisizione da 1,21 miliardi della fintech bank Tnb da parte di Fsi, seguita a ruota da due carve-out miliardari nell’industria chimica: la cessione da parte di Radici Partecipazioni al fondo americano Lone Star e l’ingresso di un consorzio guidato da Tpg in Sicit Group.
Fuori dal perimetro bancario e finanziario, il settore industriale e chimico conferma il suo ruolo di spina dorsale del M&A italiano, pur con un rallentamento sia nei volumi sia nei valori.
In particolare, l’industria chimica resta il comparto più attivo per numero di operazioni (127, pari al 23% del totale), ma con valori in calo del 19% rispetto al 2024. Operazioni di carve-out e ristrutturazione, spesso da parte di gruppi familiari, attirano l’interesse dei fondi internazionali.
Anche il comparto tecnologico ha vissuto mesi più silenziosi, ma resta al centro delle strategie di investimento.
Il Tmt ha segnato una contrazione del 35% nel volume, ma mantiene un ruolo strategico, con deal legati a digitalizzazione e infrastrutture critiche. Tra questi spicca l’acquisizione di Namirial da parte di Bain Capital (718 milioni) e l’investimento di Poste Italiane in TIM (684 milioni)
L’operazione di Bain Capital su Namirial, azienda leader nei servizi di digital trust, e l’ingresso di Poste Italiane in Tim testimoniano come la digitalizzazione e la difesa delle infrastrutture strategiche continuino a dettare l’agenda.
Il flusso di operazioni non sembra destinato a fermarsi: secondo i dati raccolti da Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, oltre 50 società industriali, una trentina di brand consumer e una ventina di realtà nei servizi finanziari sono già in vendita.
“In una situazione di mercato che si conferma ancora incerta, si inizia a vedere anche nel nostro mercato una tendenza, già presente a livello internazionale, dove gli operatori di private equity propongono ai gruppi industriali il carve-out di determinati business per acquistarli e valorizzarli – chiarisce Gianni Martoglia (in foto), equity partner di Gatti Pavesi Bianchi Ludovici -. Si tratta di operazioni, più complesse rispetto alla classica acquisizione di una società stand-alone, ma che stanno diventando di grande interesse per i fondi di PE perché ritengono, in questo modo, di poter estrarre valore da questi business se gestiti separatamente dai gruppi industriali a cui appartenevano. In questo modo, si ampia il novero delle target acquisibili creando nuovi protagonisti del mercato”.
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