Anche quest’anno TopLegal non pubblicherà la classifica dei fatturati degli studi legali. Una scelta deliberata e non priva di conseguenze.
Sappiamo bene che le classifiche generano attenzione, traffico, visibilità, notorietà. Sappiamo altrettanto bene che una parte del mercato le attende, le riprende e le commenta. Rinunciare a pubblicarle significa sottrarsi volutamente a uno dei rituali consolidati del nostro settore. Eppure, continuiamo a ritenere che questa scelta sia necessaria. Non perché i numeri non contano: al contrario, i dati economici sono fondamentali. Il problema è un altro e riguarda la qualità, l’omogeneità e la confrontabilità dei dati diffusi.
Da anni il fatturato degli studi legali viene comunicato attraverso criteri disparati, perimetri variabili e metodologie non verificabili. In alcuni casi il dato riflette il fatturato fiscale, in altri una stima aleatoria. Talvolta viene considerato il solo business legale, talvolta attività aggregate ma diverse. In assenza di standard condivisi, questi numeri apparentemente omogenei finiscono per descrivere realtà profondamente diverse. Per questo TopLegal ha scelto di non contribuire ulteriormente a una rappresentazione del mercato che rischia di privilegiare la promozione reputazionale a scapito della qualità del reporting.
Il punto, infatti, non è stabilire quale sia il fatturato maggiore o l’insegna «migliore», ma capire che cosa misura davvero quel numero e, soprattutto, ciò che non misura. Il solo fatturato è un indicatore sempre meno rappresentativo della reale qualità e forza di uno studio legale. Non restituisce informazioni cruciali come marginalità, produttività, lo spread tra marginalità e produttività, il tasso di incasso, l’andamento delle tariffe, la stabilità interna, la sostenibilità del modello di crescita, o la solidità della governance. In altre parole, il fatturato non rispecchia la complessità. L’informazione finanziaria dovrebbe puntare a spiegarla, non a semplificarla al punto di banalizzarla.
Negli anni abbiamo assistito a una crescita quasi costantemente positiva dei principali studi in Italia – spesso indipendentemente dal rallentamento di alcune practice, dalla contrazione delle partnership e delle compagini e, più in generale, dall’andamento dell’economia. Fenomeno certamente possibile, ma che rende ancora più necessari strumenti di lettura più sofisticati e metodologicamente solidi.
Per questa ragione riteniamo che l’informazione verticale debba oggi evolvere dal semplice compito di stilare classifiche a un lavoro più approfondito di intelligence e analisi qualitativa. Il mercato legale italiano è diventato troppo articolato per essere raccontato soltanto attraverso graduatorie basate su dati autodichiarati e non standardizzati. L’analisi economica deve essere più credibile, contestualizzata e utile.
TopLegal continuerà a investire, come ha sempre fatto negli anni, nel presidio delle dinamiche che determinano davvero il posizionamento competitivo degli studi. Saremo contenti di tornare a pubblicare classifiche economiche il giorno in cui il settore adotterà criteri condivisi, comparabili e sufficientemente trasparenti da consentire una rappresentazione attendibile del mercato. Fino ad allora continueremo a fare una scelta che probabilmente ci costa qualcosa in termini di visibilità immediata, ma che riteniamo coerente con l’idea di informazione che TopLegal rappresenta. Perché crediamo che la credibilità di un settore passi anche dal modo in cui sceglie di raccontarsi.


