LA BOUTIQUE FULL SERVICE

Il compromesso ideato da Cdp vuole cogliere il meglio delle formule full- service e formato boutique. Evitando costi di struttura elevati e il pericolo di un business legato a un’unica specialità.

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Amministrazione  • 01/03/2014
di  Amministrazione
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Una boutique full- service. Apparente­mente un ossimoro. Eppure, è questa la formula con cui sembra volersi propor­re sul mercato Cdp, Caiazzo Donnini Pappalardo e associati. Uno studio gio­vane, ricostituito nel dicembre 2012, dopo l’avvi­cendamento nel nome dell’insegna tra l’esperto di finanza strutturata Luigi Chessa e quello di Antitrust Rino Caiazzo, che si è unito a Roberto Donnini, specialista del corporate, e alla conten­ziosista Marisa Pappalardo

Tre nomi forti su un’unica insegna, che dichiara di non aver mutato natura e filosofia: una «formu­la concentrata », la definisce Caiazzo. Senz’altro una formula ibrida, che non può essere ricondotta né al modello full-service né a quello boutique.

Date le dimensioni e la mancata copertura di tutte le practice, non è possibile parlare di studio full-service, «anche se basterebbe l’inserimento di solo due o tre soci con competenze in settori come il diritto del lavoro, fiscale e bancario a caratteriz­zarci come tale», sottolinea Caiazzo. Nel contem­po, altrettanto improprio è l’appellativo di bouti­que, che si adatta meglio agli studi con solo una o due aree di expertise e che solitamente nascono intorno alla figura di un singolo socio preminente.

Piuttosto, Cdp sembra tentare di coniugare i due modelli. Un tentativo già percorso da altri, ma con una differenza sostanziale. Mentre la maggior parte dei grandi studi full-service negli ultimi tempi cerca di posizionarsi sul mercato nella formula multiboutique, osservando le ca­ratteristiche di Cdp sembra applicabile la logica inversa: una boutique che punta a proporsi come soluzione full-service.

Un ristrettissimo numero di professionisti (quindici, di cui quattro partner), la copertura di diverse aree del diritto e il background interna­zionale di tutti gli avvocati – che, eccezion fatta per Pappalardo (per anni braccio destro di Berar­dino Libonati presso Libonati Jaeger) provengo­no da Allen & Overy e Dewey & LeBoeuf – rende lo studio un caso atipico nel panorama legale ita­liano. Atipicità che si rintraccia anche nelle aree di specializzazione: mentre è abbastanza consue­to vedere in un’unica insegna l’accostamento di corporate, finance e litigation; meno comune è l’unione tra corporate, regolamentazione e con­tenzioso. A queste tre practice, da marzo 2013, si è aggiunto l’amministrativo, con l’ingresso in qualità di socio di Sergio Fienga, professionista che aveva già avuto modo di lavorare con Caiazzo e il suo dipartimento prima in Dewey & LeBoeuf e successivamente in Grimaldi.

Per quanto atipico, l’assetto scelto sembrereb­be pagare in termini economici, i cui risultati in questo primo anno di rodaggio a detta di Caiazzo avrebbero «confermato le attese». A fare la parte del leone nei ricavi del 2013 sono state due aree in particolare: il corporate e il contenzioso. Il 50% del fatturato è venuto dal corporate; mentre il restan­te 50% è stato appannaggio del contenzioso, diviso tra litigation puro (15%) e contenzioso regolatorio e Antitrust (35%). Tra le operazioni corporate seguite nell’ultimo anno, l’assistenza alla famiglia Amodeo nella cessione di un pacchetto azionario detenuto in Engineering a One Equity Partners, fondo di pri­vate equity di Jp Morgan Chase. Nel tmt, invece, ha affiancato Tele1 davanti al Consiglio di Stato e Fastweb davanti al tribunale di Roma.

Si tratta di clienti consolidati, che facevano parte del portafoglio dei professionisti prima del loro ingresso in Cdp. «Una clientela che apprez­za l’assistenza su misura », la definisce Caiazzo, che sottolinea: « Non andiamo a caccia di servizi legali di tipo commodity, che sono e sempre più saranno inevitabilmente appannaggio di studi con servizi standardizzati. Non vogliamo fare il McDonald’s Corporation del diritto, questo non lo vogliono nemmeno i nostri clienti ».

Coerentemente con una filosofia anti-McDo­nald’s, lo studio non insegue la crescita a tutti i costi, ma dichiara di voler integrare solo profes­sionisti già in possesso di un loro giro d’affari e specializzati in aree complementari con quelle già trattate (finanza societaria in primis). Da non sottovalutare, inoltre, la capacità di lavorare con clienti internazionali e con clienti italiani oltre­confine. Una vocazione internazionale che Ca­iazzo riconosce « non solo come una scelta stra­tegica dello studio, ma parte del suo stesso Dna ».

Un animale sui generis insomma Cdp, che sta tentando di raccogliere gli spunti di tre diversi modelli di studio: boutique, full- service e in­ternazionale. Una formula che potrebbe essere il giusto compromesso per superare la stretta di costi di struttura troppo elevati, proprio dei full- service, e il pericolo, legato alle boutique, di concentrare il business su un’unica specia­lità. Una formula certo ambiziosa e innovativa sulla carta che adesso, però, è chiamata a pas­sare la prova del mercato.

Articolo pubblicato in TopLegal marzo 2014.

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