L’ultima edizione dell’Analisi sulla competitività realizzata dal Centro Studi TopLegal presso i direttori legali offre una fotografia nitida dello stato dell’intelligenza artificiale nel mercato legale italiano. Prevale ancora una fase di osservazione, più che di trasformazione. La ricerca, unica in Italia per ampiezza e continuità storica, conferma che l’adozione dell’AI nelle funzioni legali procede con cautela e senza una chiara direzione strategica.

Le aspettative delle principali direzioni legali del Paese rimangono contenute e, soprattutto, resta limitata la capacità di tradurle in iniziative concrete. La maggior parte dei dipartimenti non ha ancora avviato percorsi strutturati di sperimentazione e l’integrazione dell’AI nei processi della funzione legale resta un obiettivo distante.

La conoscenza delle tecnologie disponibili si concentra quasi esclusivamente sull’intelligenza artificiale generativa. Anche in questo ambito, tuttavia, l’utilizzo resta prevalentemente esplorativo. Sebbene circa il 60% delle direzioni legali dichiari di conoscere o utilizzare questi strumenti, il dato rimane inferiore a quello registrato nelle altre funzioni aziendali, dove la diffusione raggiunge il 74%. Più significativo è il fatto che solo una quota marginale degli intervistati considera oggi l’AI generativa un elemento centrale della propria attività professionale.

La ricerca di TopLegal evidenzia, inoltre, una significativa divergenza tra i benefici attesi dall’AI e l’importanza attribuita al suo utilizzo da parte degli studi legali. Da un lato, la maggior parte degli in house riconosce i potenziali benefici derivanti dall’adozione di queste tecnologie in termini di rapidità di risposta (71%) e contenimento dei costi (69%). Dall’altro, quasi la metà del campione (48%) ritiene poco o per nulla rilevante che uno studio legale le utilizzi.

Alla base di questo atteggiamento vi è la percezione che il contributo cognitivo offerto dalla tecnologia sia ancora limitato rispetto al valore professionale atteso dal consulente. Una parte non trascurabile degli intervistati manifesta preoccupazioni legate alla sicurezza dei dati e alla qualità del servizio, fino a vietarne espressamente l’utilizzo nei mandati affidati.

Accanto allo scetticismo emerge anche un orientamento più pragmatico. Molte direzioni legali sono consapevoli che gli studi stiano già utilizzando l’AI, ma non ne misurano l’impatto né ne regolamentano l’adozione. In questa prospettiva, conta non  chi o cosa contribuisca alla produzione del servizio, bensì la responsabilità finale del partner che lo firma e ne garantisce la qualità.

Il punto centrale che emerge dalla ricerca è tuttavia un altro. L’AI continua a essere interpretata come una questione tecnologica, non come una scelta di business. Le direzioni legali si concentrano sull’analisi degli strumenti disponibili e sull’evoluzione dell’offerta, percepita spesso come frammentata, mentre resta in secondo piano la riflessione sui processi da ripensare, sui modelli operativi da ridisegnare e sui vantaggi competitivi da costruire.

In questo senso, il vero ritardo non riguarda la tecnologia ma la strategia. Fino a quando l’intelligenza artificiale verrà considerata un’opzione facoltativa o un semplice strumento di efficientamento, la sua adozione sarà frenata. La trasformazione inizierà soltanto quando direzioni e studi legali inizieranno a interrogarsi su quali attività, competenze e modelli di servizio intendano ripensare. In quel passaggio si misurerà la reale maturità digitale del mercato legale italiano.