Libero foro e giuristi d’impresa, oltre la retorica della convergenza

Data la collaborazione indiscutibile, resta da comprendere come la dialettica economica sempre più esplicita stia trasformando il mercato

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Michael Di Palma  • 29/04/2026
di  Michael Di Palma
editoriale aprile

Negli ultimi mesi i richiami alla collaborazione tra avvocati del libero foro e giuristi d’impresa sono diventati sempre più ricorrenti. Dialogo, convergenza, integrazione, simbiosi… Termini che restituiscono l’immagine di un sistema professionale in progressiva armonizzazione. Rappresentazione suggestiva ma, come tutte le immagini suggestive, coglie solo una parte della realtà e lascia in ombra un’altra.

Le distanze tra consulenti esterni e in-house si sono certamente accorciate. Tuttavia, questo avvicinamento non è – e non può essere – neutro, perché avviene all’interno di un’evoluzione profonda che riguarda sia le modalità di collaborazione tra studi legali e imprese, sia la distribuzione degli interessi economici.

Il rischio, quando si adotta un linguaggio così rassicurante, è quello di attenuare la percezione delle tensioni che ogni trasformazione inevitabilmente comporta. Oggi la collaborazione tra strutture legali interne ed esterne è più che mai selettiva e governata. Gli incarichi e le relazioni si formalizzano e le prestazioni si confrontano su parametri economici sempre più espliciti. Il rapporto fiduciario non scompare, ma cambia natura. Il presupposto implicito diventa risultato di una negoziazione continua e di una gerarchia contrattuale.

In questo contesto, parlare di “partnership” è sempre legittimo, ma ogni partnership reale vive all’interno di un sistema di interessi raramente simmetrico. Ignorare questa asimmetria rende la collaborazione meno trasparente, non più solida.

Quando la collaborazione diventa sistemica, non elimina le asimmetrie tra domanda e offerta ma le rende più strutturate e organizzate. Nel mercato legale, l’equilibrio economico del rapporto conta quanto, se non più, della qualità tecnica delle prestazioni, non perché la tecnica valga meno, ma perché opera in contesti in cui controllo e prevedibilità di costi e risultati sono decisivi.

Su questo terreno, il dibattito italiano mostra da sempre una certa cautela nel designare la realtà economica dei rapporti professionali. Si preferisce raccontare l’evoluzione in termini di convergenza e integrazione. Categorie, ripeto, legittime, ma che rischiano di attenuare la dimensione competitiva che ogni mercato maturo inevitabilmente esprime.

Osservare ciò che accade in altri contesti aiuta a rendere più visibile questa dinamica. Negli Stati Uniti, l’investimento da parte del fondo Blackstone nella piattaforma Norm AI, sviluppata dallo studio Norm Law, ha un significato che va oltre la dimensione finanziaria. Nell’attuale mercato legale, lo stesso capitale che sostiene le grandi insegne tradizionali può, contemporaneamente, sostenere i loro concorrenti tecnologici. Il punto non è tanto l’episodio Blackstone in sé, quanto ciò che esso rivela in modo difficilmente eludibile, ovvero la natura economica delle relazioni professionali. Un segnale di come il rapporto tra cliente e fornitore non sia più soltanto professionale, ma sempre più intrecciato con logiche di posizionamento competitivo.

Le trasformazioni di mercato raramente si presentano come convergenze pacifiche. Più spesso, sono processi di riallineamento, in cui una parte acquisisce maggiore capacità di indirizzo e un’altra è chiamata a ridefinire il proprio spazio operativo e la politica di prezzo. Un passaggio fisiologico, che però va osservato senza indulgenze narrative.

Il dialogo tra liberi professionisti e giuristi d’impresa va quindi raccontato con realismo. La collaborazione resta come realtà, ma è sempre più segnata da interessi economici divergenti. Ignorare questo dato non rende il sistema più armonico, lo rende semplicemente meno comprensibile.

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Michael Di Palma
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