Private equity, una nicchia da difendere
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25 nov 2021
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Private equity, una nicchia da difendere

Scarse capacità negoziali e poca specializzazione tra le maggiori criticità degli advisor legali esterni, emerse dall’ultima ricerca su Private Equity del Centro Studi TopLegal per TopLegal Consulting



Poca specializzazione e scarse capacità negoziali. Sono tra le maggiori criticità del settore Private Equity emerse nell’ambito della ricerca condotta dal Centro Studi TopLegal per TopLegal Consulting, che sarà pubblicata i primi di dicembre. Il primo limite del settore è dato dall’esiguo numero di professionisti specializzati nell’assistenza ai fondi presenti in Italia. Alcune Sgr hanno dichiarato di optare preferibilmente per studi con squadre dedicate e con esperienza di supporto diretto al mondo degli asset manager.

La seconda criticità è data da una scarsa diffusione tra i professionisti coinvolti nelle singole operazioni di competenze complementari  a quelle legali. La maggior parte degli intervistati ritiene essenziale un approccio olistico che combini l’expertise in più materie. Su questo punto, per le boutique è essenziale la capacità di coordinamento con professionisti o studi focalizzati su materie integrative. Gli studi multipractice sembrano andare meglio incontro alle esigenze dei clienti. «Ci sono ottimi professionisti anche in piccole realtà, ma per servire al meglio il settore private equity è necessario essere strutturati» ha affermato il senior partner di una Sgr.

Fra i focus maggiormente apprezzati, si sottolinea un’attenzione alle tematiche Esg e tech. Ricercato anche un approccio customizzato in relazione al cliente assistito. Esigenza sentita particolarmente dalle start up, dal mondo immobiliare, ma anche da Pmi che aprono il proprio capitale sociale a fondi di private equity. A ciò si affianca la persistente richiesta di colmare le distanze fra il mondo del diritto e quello del business, con maggiore attenzione alle esigenze e agli obiettivi dei clienti.  
È richiesta una specializzazione anche per settore oltre che per materia. Per quanto riguarda le competenze dei legali esterni, sono emerse criticità in merito alle capacità negoziali. In particolare, gli operatori richiedono più sensibilità «nel capire la temperatura della negoziazione» e instaurare un dialogo con le controparti. Gli intervistati lamentano anche l’inadeguatezza dei professionisti a sbloccare stalli negoziali: i professionisti risultano eccessivamente consolidati su modelli già sperimentati, poco creativi e poco inclini a proporre soluzioni innovative, pur se rischiose.

Gli studi americani sembrano essere più pronti a rispondere a queste richieste. I clienti apprezzano anche il network internazionale che queste squadre hanno a disposizione. Tuttavia, come sottolineato dal presidente di una società di software, «ci sono troppe poche transazioni per permettere agli studi internazionali di investire risorse importanti in team locali». Gli studi italiani puntano sempre più a creare sinergie con realtà straniere, basandosi soprattutto sui rapporti fra i partner. Le Big Four cominciano ad affacciarsi sul mercato anche con i loro servizi legali.

Lato tariffe, gli studi inglesi e americani stanno adottando un atteggiamento di maggior flessibilità. Alcuni intervistati muovono critiche al riguardo: deve prevalere la qualità, che ha un costo. I clienti sondati hanno anche evidenziato l’importanza della disponibilità e della continuità della relazione con i soci, con cui preferiscono costruire un rapporto duraturo, a volte minato da frequenti passaggi laterali.


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