Voci dalla commissione tecnica
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13 nov 2019
TopLegal Awards

Voci dalla commissione tecnica

La serata di premiazione si avvicina. Ma cosa è emerso durante le riunioni? Tra le questioni d’interesse: il tira e molla sull’engagement, l’attenzione alle tematiche sociali e l’implementazione di soluzioni digitali


Nel percorso che porta ai vincitori dei TopLegal Awards, quest’anno alla loro XIII edizione, il ruolo della commissione tecnica è essenziale. Si tratta di una selezione altamente qualificata di professionisti di spicco tra general counsel, direttori tax e risorse umane provenienti dalle principali società nazionali e internazionali (per vedere da chi è composta quest’anno cliccare qui). Quest’anno la commissione è composta da 36 membri, che hanno partecipato a riunioni verticali suddivisi nelle macro-aree Amministrativo & Regolamentare, Corporate & Finance, Lavoro, Proprietà intellettuale e Tax. I risultati di questo laborioso processo verranno annunciati nelle serate celebrative del 18 novembre presso gli East End Studios di Milano e il 21 novembre allo Spazio 900 di Roma. 

In attesa delle serate di premiazione, TopLegal ha deciso di pubblicare alcuni spunti emersi in sede di riunione dove viene promosso un dibattito che non si limita ad attribuire un mero voto al candidato, ma indaga su scenari più ampi della consulenza. Un’occasione per capire le tendenze del mercato e cosa cercano i clienti nei propri consulenti legali. Per esempio, uno dei temi emersi con più forza è la difficoltà che incontrano i legali in house nel giustificare le parcelle elevate dei consulenti esterni. Questo aspetto dà vita a un vero e proprio braccio di ferro con gli studi legali per accordarsi sulle fee. «Nei beauty contest ci vogliono mesi per negoziare e accordarsi sull’engagement, - confessa un general counsel - i Cfo ti massacrano se sbagli qualcosa nel conferimento dei mandati». La questione è delicata perché è proprio in questa fase che una mera dimenticanza o disattenzione può costare un conto salatissimo. La gran parte degli avvocati, infatti, si fa pagare a ore, quindi basta una chiamata o un appuntamento in più per far lievitare la parcella. E qui l’ennesimo attrito con i legali esterni: «ho la sensazione che gli studi stiano soffrendo e preferiscano battere cassa piuttosto che mantenere il cliente» chiosa il responsabile legale di una banca. Ma non è il solo a lamentarsi del c.d. billing, ovvero il sistema di fatturazione al cliente su base oraria. «Spesso mi ritrovo in fattura tanto fumo e poco arrosto» commenta l’in-house counsel di una rinomata azienda italiana.
 
Al centro del dibattito vi è anche l’inserimento all’interno dell’offerta consulenziale di soluzioni tecnologiche. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale per ottenere risultati più rapidi e meno costosi è grandemente apprezzato dai clienti. «Gli studi – afferma il general counsel di una nota società italiana – sono sempre più assimilabili alle aziende per come si occupano di cybersecurity e intelligenza artificiale». Questo vantaggio, tuttavia, viene perso quando si presentano al cliente soluzioni di cui oggettivamente non ha bisogno: «una nota insegna internazionale mi sta tormentando – rivela un membro della commissione tecnica – per uno strumento ad alto contenuto tecnologico utile per le operazioni internazionali. Peccato che come banca abbiamo deciso tempo fa di non fare più queste operazioni. Un approccio di questo tipo è sintomo di superficialità».

Si è parlato altresì del ruolo del brand dello studio all’interno di un mercato legale saturo. In talune practice, i commissari tecnici hanno riconosciuto che il nome dell’insegna è ancora garanzia di qualità, mentre in altre è tuttora il rapporto personale avvocato-cliente a prevalere. 

Infine, alcuni di loro hanno rivelato che si stanno affacciando al third party funding, una nuova modalità di finanziamento della lite da parte di soggetti terzi di cui abbiamo parlato lo scorso maggio con il direttore generale della Camera arbitrale di Milano Stefano Azzali. «Per chi come la mia azienda - sottolinea un general counsel – subisce e intenta tantissimi contenziosi, è una soluzione ideale. A noi non interessa guadagnare soldi dalla lite, ma piuttosto che passi il messaggio che siamo litigiosi e tuteliamo il nostro marchio: l’importante è fare cultura».

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