Nell'industria della moda, il dibattito sulla sostenibilità si è finora concentrato sull'impatto ambientale, spesso sotto i riflettori per pratiche di fast fashion o per l'origine delle materie prime.
L'allarme lanciato da un pool di attivisti, professionisti legali e insider del settore sposta drasticamente il focus: il fattore sociale è in crisi profonda, con un rischio evidente di "fashion washing" mirato a nascondere lo sfruttamento sistemico.
Si scopre così un paradosso storico e legale: un mestiere che ha oltre un secolo di vita – Marie Vernet Worth è considerata la prima modella della storia, quando posò per gli abiti disegnati da suo marito, Charles Frederick Worth, il padre dell'alta moda, nel 1853 – è oggi uno dei meno regolamentati.
E così, mentre il legislatore si affanna per normare la velocità dell'Ai e delle tecnologie emergenti (ci siamo occupati qui del Data Act, per esempio), lavoratori come modelli e modelle sono costretti a operare senza tutele di base, in balia di agenzie di management e contratti spesso iniqui.
Il paradosso legale italiano: mandato e carenza normativa
LawP, studio legale e tributario con uffici a Milano e Verona, 6 partner e una trentina di professionisti, ha analizzato l'anomalia strutturale del model management: la prassi italiana inquadra il rapporto tra modella e agenzia tramite un contratto di "rappresentanza" o "management" basato sulla disciplina del mandato (artt. 1703 e ss. c.c.).
Tuttavia, questo inquadramento non sempre garantisce un equilibrio contrattuale tra i diritti e le tutele, specie per la parte più debole. Ed è su questa lacuna normativa che l’associazione Fashion in Progress ha avviato una campagna di sensibilizzazione e informazione nella Industry.
I promotori – il Counsel di LawP Alessio Di Pietro e l’attivista nonché modella di fama internazionale Ambra Battilana Gutierrez (rispettivamente presidente e vicepresidente di Fashion in Progress) – grazie anche al supporto dello studio legale Lawp, con il partner Maurizio Marullo, e della Md Model Academy, con Marina Dokic, fanno emergere la problematica evidenziandone in primis l’esigenza di regolamentazione.
Le cosiddette mother agencies impongono un regime di vulnerabilità con contratti standard, difficilmente negoziabili, compensi comunicati dopo la prestazione o eccessivamente esigui, e detrazioni ingiustificate. I modelli, spesso giovanissimi, devono sostenere autonomamente spese che vanno dalla stampa dei book alla gestione del profilo sul sito (si parla di costi fino a 300 euro al mese), di fatto costretti a essere "imprenditori di sé stessi" senza alcuna protezione. Questa anomalia è aggravata dal duplice obbligo di fedeltà contrattuale delle agenzie, che rischia di generare un oggettivo squilibrio a danno del modello o della modella.
L’esempio Usa e la soluzione “Fashion workers Act italiano”
Una delle ipotesi di soluzioni proposte è quella di ispirarsi al New York - Fashion Workers Act (Fwa), la prima legge delle "Big Four" della moda mondiale a disciplinare dettagliatamente il model management, già in vigore dal giugno 2025.
Le tutele centrali introdotte dal Fwa riequilibrano il rapporto contrattuale: impongono alle agenzie l'obbligo di registrarsi e di agire nel miglior interesse del lavoratore (Fiduciary Duty). Richiedono la massima trasparenza, obbligando a fornire un deal memo comprensibile almeno 24 ore prima dell'inizio della prestazione, fissando un limite massimo di commissione e imponendo che i pagamenti siano corrisposti entro termini prestabiliti.
La legge limita la durata massima dei contratti di rappresentanza a tre anni e impone il consenso scritto separato per l'uso della replica digitale (AI). Infine, stabilisce il divieto assoluto di offrire impieghi che comportino un grave rischio per la sicurezza, attuando una politica di tolleranza zero contro abusi o molestie.
La legge rincorre il passato mentre il futuro incalza
La battaglia per un “Fwa italiano” evidenzia un'ironia legislativa. Come già anticipato, mentre si discute su come trovare una norma che regoli l'Intelligenza Artificiale – una tecnologia che "corre più veloce del legislatore" – si scopre che un mestiere con oltre un secolo e mezzo di storia non ha ancora una regolamentazione di base.
L'avvento dell'AI, peraltro, rischia di esacerbare lo sfruttamento. Basti pensare che brand internazionali hanno già annunciato la creazione di versioni digitali di modelli esistenti (es. 30 versioni digitali annunciate da H&M nel marzo 2025), una pratica che, se non regolata, riduce drasticamente le opportunità lavorative.
L'appello di Fashion in Progress e dei suoi sostenitori è, quindi, duplice: garantire la dignità del lavoro ora, colmando una lacuna storica inaccettabile, e prevenire che l'innovazione tecnologica indebolisca ulteriormente la posizione dei modelli.
La credibilità etica e la compliance dell'industria della moda italiana – un mercato che solo a Milano genera con una singola Fashion Week un indotto di oltre 423 milioni di euro – non possono più permettersi di ignorare la sua "S" di sostenibilità (sociale) nell'ambito Esg, un fattore strettamente legato alla reputazione e al futuro del settore.