Prima le montagne russe. Poi la brusca frenata. Il 2024, anno del record di 84 soci equity in movimento, mai così tanti in sette anni, lascia il passo a un 2025 che sbatte in faccia al mercato una realtà profondamente mutata: la volatilità cede il posto a una strategia di trinceramento volta a proteggere i profitti degli equity.
I numeri parlano chiaro (e li troverete in grafica nel prossimo numero della digital di gennaio). Nel secondo semestre appena 12 passaggi di soci equity puri. Sommati ai 37 della prima metà dell’anno, il totale 2025 si ferma a quota 49: un crollo verticale del 41,6% rispetto all'anno precedente. Dalla guerra dei talenti di vertice si passa a una selezione all’ingresso spietata, sotto il peso dell’incertezza economica e geopolitica.
Guardando al movimento complessivo dei soci, l’inversione della curva sa di ritirata. Nel 2025 gli ingressi scendono a 157 (dai 218 del 2024), le uscite pure: 135 (da 214). Il dato che scotta? La qualità dei flussi. Per i soci equity si contano 80 ingressi a fronte di 85 uscite: un paradosso che svela come le partnership si allarghino numericamente proprio mentre il mercato si contrae.
Se il 49% degli ingressi avviene con cariche ibride, significa che gli studi puntano a una crescita della massa critica che non comporti però una diluizione del controllo. La priorità è diventata la stabilità dei Profit per equity partner (Pep), privilegiando l'inserimento di figure senior in ruoli non-equity, senza l'immediato coinvolgimento nei diritti di voto o nella ripartizione degli utili.

De-equitizzazione e soci fondatori che cambiano insegna
In questo scenario, anche il fenomeno della de-equitizzazione diventa centrale. I passaggi dichiarati a non-equity scendono dai 19 del 2024 ai 9 di quest’anno.
Calano anche i passaggi stimati (che includono counsel e senior counsel) scivolando a 19 dai 36 dell’anno precedente. Il mercato rallenta ma continua a favorire un riposizionamento dei professionisti al di fuori della compagine dei soci di capitale. Si prediligono cariche di alto profilo ma prive di quota, utili a valorizzare l'esperienza del professionista nel rapporto con la clientela, mantenendo tuttavia agile e snella la struttura proprietaria dello studio.
Nel 2025 23 soci fondatori hanno cambiato insegna. Un’anomalia? Solo apparente. Se le integrazioni ufficiali sono 14, il numero quasi doppio di fondatori in movimento svela che molti non partecipano a fusioni, stanno semplicemente "chiudendo bottega".
Assistiamo a una fase di transizione per il modello della boutique indipendente; strutture che oggi scelgono di confluire in realtà più ampie e strutturate. Per lo studio ricevente, più che un'unione di brand, l'operazione rappresenta un innesto strategico di competenze e relazioni, che permette di affrontare il mercato sotto un'unica insegna.

TL25: l’ansia di aggregazione frena il vivaio
L’analisi del segmento TL25, l’elite dei primi 25 studi italiani per volume d’affari, conferma che l’ansia di acquisire fatturato esterno soffoca il merito interno. Nel 2025, le promozioni equity tra i primi 25 studi sono appena 7 (erano 6).
Di contro, gli ingressi laterali equity dall’esterno sono saliti a 30 (da 25). Le grandi insegne smettono di fare gli "allenatori" preferendo i soci portatori di doti di clientela immediate. Per i senior associate la consolazione è un titolo "di carta": le promozioni non-equity sono quasi raddoppiate (20 contro 12), indice che misura tutta la necessità di trattenere i talenti.
Scende anche il dato dell’apertura dei nuovi studi: nove nel 2025 (da 16) mentre gli spinoff quasi spariscono. La crescita passa per annessioni chirurgiche, come dimostrano Advant Nctm (Boursier Niutta), Gianni & Origoni (Pellegrino e ILS), Lexia (Tolle Pilia) e Grimaldi Alliance (Legal Challenge).
E mentre le fusioni globali HSF/Kramer Levin e Ashurst/Perkins Coie ridisegnano i perimetri mondiali, l'avvio in Italia di nuove insegne d'élite come Ropes & Gray alzano ulteriormente l'asticella. Ecco perché l'aggregazione domestica diventa uno scudo per difendere le proprie quote di mercato.
Il 2025 si congeda con un’istantanea nitida: un mercato più rigido e meno generoso. Oggi vince chi blinda l'equity e chi, come i 23 fondatori, ha capito che per sopravvivere bisogna rinunciare alla targa sulla porta. Sotto la superficie di questo "grande gelo", la porta dell'equity per i giovani è una barriera di ghiaccio che solo doti di clientela straordinarie possono scalfire.
Giacomo Iacomino