di Francesca Lai
«Quale futuro vogliamo per l’Italia e per il mondo?» ha aperto così il suo intervento Enrico Giovannini, Direttore scientifico dell'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ex ministro del Lavoro ed ex presidente Istat, all’Esg Summit di TopLegal 2025, tenutosi a Milano il 30 settembre.
La domanda è semplice ma potente e introduce il tema centrale: la transizione ecologica e digitale non è più un’opzione, è una necessità strategica. «Le imprese italiane che hanno scelto di investire nella sostenibilità aumentano produttività e competitività, migliorano le condizioni finanziarie e riducono il costo dei nuovi investimenti», ha sottolineato Giovannini, evidenziando come i dati confermino i benefici concreti di questa scelta.
Secondo il rapporto “Gli scenari per l’Italia al 2035 e al 2050”, la propensione alla sostenibilità cresce con le dimensioni aziendali, passando dal 34,5% nelle microimprese con 3-9 addetti al 73,8% delle grandi aziende con oltre 250 addetti, e risulta particolarmente elevata nell’industria, dove gli impatti ambientali e i costi sono maggiori, con percentuali che arrivano fino all’89,6% nelle grandi imprese manifatturiere.
«Nella manifattura, a un aumento dell’indice di sostenibilità ambientale corrisponde un premio di produttività compreso tra il 5 e l’8%», ha spiegato Giovannini, sottolineando che le pratiche di economia circolare hanno generato risparmi superiori a 16 miliardi di euro nei costi di produzione, consentendo di aumentare gli investimenti e ridurre i debiti.
Per il 92% delle imprese familiari e per l’89% di quelle non familiari integrare la sostenibilità comporta benefici tangibili, a partire dalla reputazione e dalla fiducia nel brand.
Quando si parla di energia, ha aggiunto, si contrappongono due visioni: da un lato chi punta solo a ridurre i consumi, dall’altro chi propone una trasformazione progressiva del sistema, guidata dall’innovazione. «Non si tratta soltanto di ridurre le emissioni, ma di una vera transizione che coinvolge l’intera economia», ha detto Giovannini. Nel breve periodo, applicare soltanto misure di ammortizzazione riduce le emissioni, ma a livello globale resta insufficiente; viceversa, con una strategia di trasformazione radicale, la cosiddetta Net Zero Transformation, i risultati iniziano a vedersi già dal 2030.
Se invece si rimanda, i costi aumentano in modo esponenziale: impianti che non hanno ancora completato il proprio ciclo economico dovranno essere dismessi prematuramente, con conseguenze pesanti.
Secondo i modelli più aggiornati, il rischio di un aumento di cinque gradi della temperatura globale sarebbe devastante. Da qui emerge il conflitto principale: smantellare progressivamente le energie fossili, ancora sostenute da alcuni settori, oppure investire sui sistemi elettrici e sulle rinnovabili, ormai più convenienti dei combustibili fossili.
Il tema del nucleare rimane complesso e divisivo, e spesso il riferimento alla cosiddetta «neutralità tecnologica» viene usato come pretesto per rinviare le decisioni. Ma intanto altre regioni del mondo hanno già fatto il salto, adottando soluzioni moderne come i sistemi solari modulari, senza realizzare infrastrutture di rete costose e evitando cavi elettrici, metanodotti e altre opere pesanti.
A livello europeo, il Patto per l’industria pulita mira a centrare obiettivi chiari: una riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030, del 90% entro il 2040, in vista della carbon neutrality al 2050. «Per raggiungere questi traguardi, si prevede di mobilitare circa 480 miliardi di euro l’anno di investimenti pubblici e privati», ha spiegato Giovannini, «mettendo al centro il capitale umano con iniziative come l’“Unione delle Competenze”».
Le semplificazioni alla Csrd e alla Csddd offrono vantaggi burocratici, ma sollevano criticità importanti: possono ridurre la trasparenza e la comparabilità dei dati, indebolire la competitività dei prodotti europei e la capacità delle imprese di pianificare la propria crescita e la resilienza delle filiere. Le banche continueranno comunque a richiedere dati Esg ai propri clienti, spesso su base volontaria, con possibili impatti negativi sulla qualità delle informazioni.
Tuttavia, molte imprese di media e grande dimensione avevano già investito in sistemi di rendicontazione Esg, ottenendo vantaggi reputazionali nei mercati e nei rapporti con la filiera e con il sistema finanziario.
La percezione pubblica è altrettanto significativa. Un sondaggio Ipsos mostra che anche se solo il 20-30% della popolazione si impegna attivamente, questo basta a cambiare la percezione collettiva. Oltre l’80% dei cittadini ritiene che la transizione ecologica sia necessaria, anche se faticosa, e in Italia il 74% pensa che non possa esserci sviluppo senza tutela dell’ambiente. Tuttavia, una parte significativa della popolazione giudica insufficienti le azioni delle istituzioni e della politica, mentre nel Nord-Est emerge una spinta particolarmente forte, grazie a imprese già sensibilizzate ai vantaggi economici della sostenibilità.
«Dobbiamo intervenire con decisione. La sensibilità cresce, ma la realtà corre più veloce della politica», ha concluso Giovannini. I prossimi dieci anni saranno difficili ma decisivi. Accelerare la transizione significa ottenere enormi vantaggi in termini di investimenti, innovazione e competitività, mentre rimandare comporterà costi economici, sociali e ambientali insostenibili. La domanda chiave resta: «Se investiamo nella sostenibilità, qual è il vero costo? E quale valore economico, sociale e ambientale possiamo generare per il futuro del Paese e dell’Europa?»