La notizia era nell’aria da mesi. Adesso è ufficiale. Ashurst e Perkins Coie hanno firmato un accordo. Obiettivo, la fusione. L'operazione darà vita a una nuova firm: Ashurst Perkins Coie.
Ricavi combinati da 2,7 miliardi di dollari. Tremila avvocati. Cinquantadue uffici. Ventritré Paesi. Questi solo alcuni dei numeri previsti dall'aggregazione dei due studi. E che proietta la nuova realtà legale a competere con i principali player internazionali per fatturato, diffusione della rete globale e presenza geografica.
La governance è costruita come una fusione “tra pari”: come confermato anche dal Financial Times, alla guida ci saranno due co-Ceo, Paul Jenkins (Ashurst) e Bill Malley (Perkins Coie), mentre la presidenza sarà condivisa tra Karen Davies e Brian Eiting.
Non esisterà un quartier generale unico, ma una rete di hub chiave tra Londra, New York, Seattle e Sydney, a conferma dell’impostazione multilaterale del progetto.
Tra i driver strategici, l’obiettivo di rafforzare la capacità transatlantica, investire in tecnologie e AI, e consolidarsi in settori come tecnologia, energie, infrastrutture e servizi finanziari.
Il completamento della fusione, come riporta anche Reuters, è previsto entro la fine del 2026.
Perché questa fusione è importante
Per Ashurst il deal rappresenta la fine di una lunga ricerca di un partner statunitense con cui completare la propria piattaforma globale, mentre per Perkins Coie, storicamente forte nel tech e nel venture capital, l’operazione apre l’accesso a una struttura europea e asiatica molto più ampia, utile soprattutto per i clienti innovativi e per quelli coinvolti in operazioni cross-border.
Sul piano politico, la firma arriva dopo un periodo complesso per Perkins Coie, finito nel mirino dell’amministrazione Trump e coinvolto in un contenzioso vinto contro un ordine esecutivo che minacciava l’accesso ad appalti federali. La decisione di procedere comunque con l’integrazione segnala la volontà di entrambi gli studi di puntare su una strategia di lungo periodo.
Le implicazioni per l’Italia
Per il mercato italiano, la fusione potrebbe avere effetti concreti. Ashurst è già presente a Milano con una practice ben posizionata su finanza, tax, corporate e infrastrutture e real estate.
L’arrivo di Perkins Coie nel perimetro globale dello studio porta competenze aggiuntive nei settori tecnologia, venture capital, startup e regolamentazione, ambiti in cui la domanda domestica è in crescita, così come il numero di aziende italiane con progetti di espansione negli Stati Uniti.
La maggiore integrazione transatlantica potrebbe rendere l’ufficio italiano un punto di passaggio per operazioni cross-border più complesse, in particolare M&A, private equity, energy e tech.
Possibili benefici anche sul fronte antitrust e regolatorio, grazie all’ampliamento della practice europea del gruppo. Sul piano competitivo, l’operazione mette pressione sia sugli studi internazionali già presenti nel Paese sia sulle firm italiane che guardano a operazioni cross-border ad alto contenuto specialistico.
Restano le incognite tipiche delle fusioni tra grandi strutture: armonizzazione dei sistemi, gestione dei conflitti di interesse e integrazione culturale. Ma se il nuovo Ashurst Perkins Coie riuscirà a concretizzare il potenziale annunciato, la sede di Milano potrebbe diventare uno degli snodi europei più dinamici della nuova piattaforma.