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Così il consulente è “integrato”
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06 set 2017
Intervista a Stefano Speroni

Così il consulente è “integrato”

Il buon governo dei fattori non finanziari (ambientali, sociali e di governance) chiederà una consulenza che sappia mettere queste tematiche in una prospettiva più ampia e strategica, in relazione anche alle esperienze estere. Ci vorranno competenze di governance, di diritto ambientale, organizzativo e squisitamente societario. TopLegal ne ha parlato con Stefano Speroni (in foto), partner responsabile del dipartimento Corporate M&a di Dentons, tracciando la strada della consulenza sulle tematiche Esg (envinronment, social e governance) alla luce del decreto 254, in vigore da gennaio 2017. Un passaggio chiave perché segna l’ingresso dei temi non finanziari nella rendicontazione obbligatoria per un’ampia platea di aziende. E perché con esso diventa di fatto obbligatorio preoccuparsi del governo all’interno dell’azienda di questi fattori non finanziari, in una prospettiva quindi di governance integrata.

TLR: Dentons ha confermato per il secondo anno il supporto alla Integrated Governance Conference. Quale scenario vede su questi temi in Italia anche nel confronto con le esperienze internazionali?
S.S. Lo scenario è più che mai aperto. Il 2017 rappresenta un anno di preparazione in cui ovviamente le attività sono fondamentalmente concentrate sugli aspetti interpretativi prima ancora che sui mutamenti della governance integrata. È quindi alta l’attenzione su quelle occasioni che possono rappresentare una fonte di interpretazione, come i convegni quali la Integrated Governance Conference, a cui partecipano specialisti che si occupano di questi temi. Ed è alta l’attenzione su quello che succede all’estero, nei Paesi considerati più avanzati su questo fronte, come per esempio gli Stati Uniti. Avere accesso attraverso un network internazionale alle esperienze di altre aziende può fornire spunti e modelli con cui affrontare la questione anche per le nostre aziende. Ci sono infatti già casi in cui aspetti considerati dalla nuova normativa hanno generato un impatto nella comunicazione finanziaria partendo da elementi considerati non finanziari. Penso per esempio a Exxon, un caso molto interessante: i temi legati al climate change, in un contesto di attivismo, hanno portato sia la Sec (Securities and Exchange Commission), l’agenzia federale americana preposta alla vigilanza dei mercati finanziari, sia il board a modificare i contenuti della propria informativa finanziaria. Mostra come anche materie considerate storicamente e classicamente non finanziarie hanno finito ad avere un impatto nei bilanci.

Nel suo intervento di apertura alla Integrated Governance Conference ha detto che ritiene la non financial «un’espansione ai massimi livelli del dettato costituzionale». Cosa intende?
Gli articoli 41 e 42 della nostra Costituzione tutelano la libertà d’impresa da un lato e la proprietà (anche dei mezzi d’impresa) anche nella loro funzione sociale. In passato ciò veniva interpretato e letto per assicurare la redistribuzione del reddito e l’allargamento delle opportunità e quindi delle attività d’impresa. Oggi vuol dire rispettare le richieste e la sensibilità del terzo millennio, come la diversity, l’ambiente, la lotta alla corruzione, quei punti che il decreto non financial va a richiamare come elementi cardine.

La direttiva fa riferimento a informazioni non financial, ma si può veramente solo relegarla a una questione non financial?
L’ambito e la funzioni definite dal decreto non sono “estetiche” ma con la dichiarazione è necessario spiegare i motivi sottostanti alla disclosure, assicurando la comprensione dell’attività d’impresa e del suo andamento e quindi con una rilevanza, anche sul piano finanziario. In altri termini, con la dichiarazione non si dice solo quello che si fa in relazione a certe materie ma anche che quello che si fa ha un impatto sulla comprensione dell’attività dell’impresa e sul suo andamento esterno. Si tratta in definitiva di indicatori che affiancati a quelli finanziari completano la rappresentazione fornita col bilancio. Questo è un tema su cui insisto molto. Pensiamo al bilancio delle società petrolifere, le cui attività possono avere un impatto rilevantissimo sull’ambiente: in questi casi gli indicatori della rendicontazione non finanziaria sono importanti quasi quanto le trivellazioni per il successo dell’attività e la gestione del rischio d’investimento. Ne consegue che l’informativa non finanziaria rappresenta una fetta importante della descrizione dell’andamento dell’impresa con riflessi e necessità di coordinamento con il bilancio finanziario.

Emerge quindi chiaramente il tema del governo dei fattori non finanziari, lei cosa ne pensa?
È evidente che c’è una forte spinta verso un ruolo di primo piano del cda. Ritengo che di queste materie se ne dovrebbe occupare direttamente il consiglio e che non debbano venire meramente delegate a funzioni interne come l’investor relator o la gestione del personale, ma semmai a una funzione interna specializzata, che deve diventare un centro autonomo di attività. Alcune grandi aziende italiane sono già organizzate così. Per ora il livello medio di attenzione del cda non è molto alto rispetto a questi aspetti. Il consiglio non se ne occupa in via diretta ma bisogna ricordare che sono previste delle sanzioni amministrative non banali, tra i cinquanta e i centocinquantamila euro. Per fare le debite proporzioni, è bene dire che ci sono reati con sanzioni più basse. Quindi, in termini di governance, il primo segnale che arriva dal decreto è “signori consiglieri, dovete occuparvene direttamente”. Il secondo, è che all’interno delle aziende la rilevanza di chi si occupa della reportistica non financial fa un upgrade a livello 3.0 perché si crea una interrelazione tra chi produce informativa finanziaria e chi sviluppa quella non finanziaria.

Non tutti nel mondo del management sembrano percepire la portata del cambiamento.
Questa normativa si applica a pioggia, non differenzia tra aziende per settore di attività. Ci sono società che non lavorano con la pubblica amministrazione, non emettono gas serra, non operano in Paesi sensibili per il tema dei diritti umani. Qui si può comprendere una certa distanza. Ma se valutiamo gli effetti della nuova normativa su realtà come A2a, Edison, TernaEni, Iren, le municipalizzate chi si occupano del ciclo dei rifiuti, le aziende energivore e quelle chimiche concludiamo che gli effetti sono potentissimi. Pensi solo a chi si occupa di comprare e vendere energia che ha sezioni di trading su certificati verdi su cui fare compensazione con le emissioni generate, che poi generano plusvalenze o minusvalenze riconosciute a bilancio. Oppure un’azienda che compra un’intera foresta in Transilvania perché genera compensazione sulle sue emissioni di Co2. Dove vado a classare l’effetto? Non ammortizzo solo il costo a passivo, metto anche un impatto positivo all’attivo generato da questa compensazione nell’emissione di carbonio. Di più. Ho anche un impatto positivo più generale perché l’attuazione di politiche virtuose mi permette una sorta di assicurazione sui rischi. Tutto ciò lo descriverò nell’informativa non finanziaria.C’è un legame molto stretto. Ma attenzione non è solo un tema reputazionale.

Cosa intende?
Anche il tema reputazionale ha un valore. Tuttavia, come dimostrano gli investitori più evoluti, i fattori Esg vengono preferiti non solo perché l’etica è un valore in astratto ma perché diventa un valore in concreto nella misura in cui i rischi associati al mancato rispetto impattano sui risultati. Nel concreto questo si traduce anche in maggiori opportunità finanziarie. Pensiamo per esempio ai green bond. Oggi come oggi emettere un green bond non permette un minor costo dell’obbligazione ma amplia il numero di soggetti da cui raccogliere risorse, perché ci si rivolge anche ai quei soggetti attenti a questi aspetti. Inoltre, la compliance con norme in alcuni settori specifici (come quello ambientale o dei diritti umani) consente di accedere a programmi di incentivazione di organismi multilaterali, come la Banca Mondiale che già guardano alle aziende più virtuose anche in termini di governance integrata. Non è lontano il momento in cui essere i “campioni” in termini sia di rendicontazione non finanziaria sia di governance integrata, porterà benefici economici concreti e misurabili, non solo in termini di minori rischi ma anche di forme di accesso a capitali a costi ridotti. Esistono molti nuovi specialisti che si occupano proprio di questo.

Come incide questa normativa sull’attività dei consulenti legali?
Possiamo dividere l’attività dei consulenti in questo campo in tre filoni: chi si occupa di assistenza alla governance e ai consigli di amministrazione sarà interessato da un’attività di aggiornamento o revisione dei regolamenti dei consigli; chi segue le aziende nelle problematiche delle aree interessate, come i temi ambientali, i reati dei colletti bianchi, la lotta alla corruzione attiva e passiva; chi si occupa dei mercati dei capitali, che dovrà redigere un’informazione finanziaria che sia coerente anche con la nuova normativa. Al tempo stesso la nuova normativa potrebbe portare alcune boutique a specializzarsi su queste tematiche e i grandi studi potrebbero decidere di creare dei team multipractice per gestire al meglio le richieste dei clienti. Il nostro studio ha già iniziato ad attrezzarsi in questo senso, mettendo al servizio dei primi clienti che ci hanno chiesto assistenza sulla nuova normativa l’esperienza dei colleghi di altre giurisdizioni dove un corpus similare di norme è già stato introdotto e la giurisprudenza ha già iniziato ad esprimersi.

Come la direttiva cambia l’attività di consulenza su tematiche come la due diligence e la prevenzione del rischio?
Ovviamente anche la compliance alle nuove norme dovrà essere oggetto di specifica review nell’ambito delle attività di due diligence, anche se le stesse sfiorano soltanto le società quotate. Al contrario la consulenza in materia di risk management, che è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi 10 anni, dovrà essere resa anche con riferimento alle tematiche non-finanziarie attraverso un approccio multidisciplinare che dovrà coinvolgere professionisti con competenze in materia corporate, giuslavoristica e ambientale. Si tratta di ampliare il campo d’azione di chi opera in questo settore, non solo aggiornando le proprie competenze, ma anche diversificandole.

Perché gli avvocati non hanno capito che c’è una grossa fetta di business per loro?
Perché si tratta di una materia totalmente nuova e che al momento ha un campo d’applicazione ridotto. Ma si tratta solamente di una questione di tempo. Man mano che il legislatore amplierà il campo d’applicazione della normativa e i clienti inizieranno a fare i conti con investitori sensibili anche a queste materie, le richieste di assistenza aumenteranno e i legali si faranno trovare pronti. Al tempo stesso anche gli studi legali potranno adeguarsi ai principi della nuova normativa. Uno studio globale come il nostro presente in 5 continenti e oltre 60 mercati ha fatto della diversity culturale la propria pietra miliare e il principale vantaggio competitivo.

Come ritiene che uno studio potrà essere partner dei propri clienti su questi temi?
In questo campo si riesce a instaurare un rapporto di partnership con il cliente quando si riesce a dare un’esperienza ampia e internazionale su best practice esistenti e nella misura in cui non si adotta un approccio specializzato ma trasversale ampio completo. Viviamo in un mondo schiavo del super-specialista che poi non è in grado di capire cos’è un bilancio. Con questa normativa, che è più strategica di quanto non sembri, ci vorranno competenze molto diversificate. Il valore aggiunto dell’avvocato passa quindi dalla capacità di mettere queste tematiche in una prospettiva più ampia, anche in relazione alle esperienze estere.

 

L'intervista è stata pubblicata sul numero di agosto-settembre di TopLegal Review.

tags: DentonsEniEdisonIrenStefano SperoniA2ATernaExxon
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