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DALLA COMPETIZIONE ALLA COOPERAZIONE

Contrazione del gettito e ostacoli alla competitività hanno messo a nudo le fallimentari strategie fiscali delle amministrazioni finanziarie. Ma è in corso una rivoluzione epocale che cambia il ruolo dei consulenti 

 

I problemi dei conti pubblici nei tanti Paesi, così come la crescita azzerata a livello mondiale, hanno risvegliato negli ultimi due anni l’attenzione degli organismi internazionali, così come dei legislatori nazionali, sulla necessità di costruire un nuovo ecosistema fiscale. Questioni che riguardano da vicino anche l’Italia. « Non c’è mai stata una concentrazione così elevata di cambiamenti », affermano Giuseppe Andrea Giannantonio e Massimo Antonini di Chiomenti. La grande produzione normativa sta cambiando le regole d’ingaggio, imponendo nuovi quadri di riferimento. E infatti le amministrazioni finanziarie hanno finalmente deciso di svolgere un ruolo attivo, riscoprendo le proprie responsabilità, in un mondo degli affari che travalica i confini nazionali, su tre fronti principali: primo, nell’armonizzare le normative internazionali, sposando un sistema cooperativo anziché la logica competitiva, che ha condotto a una gara tra Paesi al ribasso; secondo, nel garantire un adeguato gettito al proprio bilancio; e infine nell’offrire soluzioni agli attori economici che favoriscano la loro crescita (e di riflesso che permettano maggiori entrate). I fenomeni che, dunque, interessano il settore fiscale sono svariati e hanno un impatto decisivo sul lavoro dei professionisti. Non solo perché gli stessi si nutrono di modifiche normative, ma anche perché queste cambiano il modello stesso del consulente. Che si sta trasformando, in linea con le nuove esigenze dei clienti, da specialista di nicchia a esperto interdisciplinare. E che, dunque, deve padroneggiare (o almeno saper coinvolgere) tutto ciò che riguarda il regolamentare o il societario, fino a sfociare in materie finora apparentemente distanti come il penale. Costruendo, di conseguenza, degli «oceani blu » del business, aree innovative per il momento senza concorrenza. 



L’amministrazione come « arbitro » 

È senza dubbio l’ambito in cui si sta recuperando più terreno, in cui rientrano i provvedimenti più chiacchierati degli ultimi anni e che si prevede daranno più lavoro ai professionisti nei prossimi mesi: l’amministrazione quale arbitro del mercato, e soggetto detentore della definizione del perimetro di gioco. L’ispirazione della maggior parte delle normative in corso di introduzione proviene dagli organismi sovranazionali (come l’Ocse), in una cornice politica ed economica che mira a contrastare gli strumenti di elusione fiscale internazionale. L’economia e la finanza, infatti, si sono armonizzate da tempo su scala globale, a differenza degli impianti legislativi.

« Rispetto a qualche anno fa si è invertito il trend », spiegano Andrea Tempestini e Carlo Maria Paolella di McDermott Will & Emery. « Prima i Paesi si facevano concorrenza nell’in¬coraggiare la localizzazione degli investimenti, adesso lo fanno nella ricerca del gettito ». Tra le misure al centro dell’attenzione in questo mo-mento c’è il progetto Beps ( Base Erosion and Profit Shifting), che, avviato dall’Ocse nel 2013, intende contrastare lo spostamento dell’imponibile da giurisdizioni ad alta fiscalità verso Paesi con pressione fiscale bassa o nulla, tramite un Action Plan di 15 azioni in via di messa a punto definitiva. Su questo piano l’Italia non è così indietro. La lotta all’elusione e all’evasione è all’ordine del giorno già da qualche anno; ma l’interpretazione ancora troppo ampia delle norme da parte dell’amministrazione finanziaria e della magistratura non fornisce certezza a chi deve prendere decisioni aziendali, magari arrivando a investire dall’estero. Per gli studi questo ambito rappresenta un’opportunità, nell’offrire servizi di riorganizzazioni e ristrutturazioni aziendali che vadano nella direzione di un impianto societario Beps compatibile.

Un esempio, di poche settimane fa, riguarda Amazon. Il colosso dell’e-commerce, settore osservato con particolare attenzione dalle amministrazioni finanziarie, dal 1° maggio ha infatti aperto in Europa (in Italia, in Inghilterra, In Germania, in Spagna; in previsione anche in Francia) delle stabili organizzazioni, intese come filiali della sede lussemburghese Amazon Eu Sarl, che gestiranno direttamente il business negli specifici mercati. 
Tale decisione, svincolata da norme già esistenti, va nella direzione del nuovo clima che investe le aziende, «che hanno assunto un atteggiamento non più improntato all’ottimizzazione fiscale, ma piuttosto risk management based», sostiene Richard Murphy di Studio Associato (Kpmg). In questo senso altre due azioni di fondamentale rilevanza e intimamente collegate riguardano la lotta ai paradisi fiscali e la voluntary disclosure. Secondo Massimo Giaconia di Baker & McKenzie «si stima che ci siano tra i 150 e i 200 miliardi di euro non dichiarati solo in Svizzera da contribuenti italiani, con circa 100mila persone interessate. Una mole di lavoro enorme e per questo tutti gli studi si sono attrezzati».

Secondo alcuni professionisti l’impianto della normativa è ancora farraginoso e complesso, con criticità che vanno dal costo alle procedure di accertamento. Ma se fino a ora la materia ha moltiplicato più i convegni che i mandati, entro il 2016 provocherà senza dubbi effetti distorsivi nel mercato – investito da un’attività extra-ordinaria senza precedenti – sulla base dell’assunto, esplicitato da Stefano Morri di Morri Cornelli – che «non c’è più spazio per attività estere non dichiarate. Vedo una presa di coscienza da parte di tutti che con lo Stato non si scherza più, che la compliance è diventata centrale nella gestione dei rischi. Vedo tanti professionisti che hanno acquisito consapevolezza di ciò che è in gioco e con le buone o le cattive lo fanno capire ai loro assistiti». In questo ambito non possiamo non menzionare l’attuazione della direttiva Aifmd (Alternative Investment Fund Managers Directive) lanciata dalla Ue e poche settimane fa implementata nel nostro Paese. Riguarda i gestori di fondi di investimento alternativi e ha fissato dei nuovi requisiti di informazione e di risk management per i manager che distribuiscono i loro prodotti all’interno dell’Unione Europea.

Un discorso a parte merita, invece, la pluriannunciata riforma fiscale. Ferma ai box dal 2013, aspettando i decreti attuativi che procedono col contagocce, dopo essere incappata anche sulle scivolose strade della polemica partitica, è attesa da tutti i professionisti per fare chiarezza su due aspetti fondamentali come l’abuso del diritto e il raddoppio dei termini di accertamento nel caso di problematiche penali. «Sono entrambe questioni che impattano pesantemente sulla fiscalità e dunque sul modo di gestire la consulenza », afferma Stefano Petrecca di Macchi di Cellere Gangemi. 



L’amministrazione come « giocatore » 
Questo nuovo atteggiamento ha reso più evidente un diverso ruolo dell’amministrazione finanziaria, non solo arbitro ma vero e proprio giocatore a favore del sostegno dei conti pubblici. Il bisogno di recupe­rare gettito (e di ridurre la distanza dalle avanzate tecniche di elusione ed evasione) ha messo a dispo­sizione dell’amministrazione – secondo Giulio Az­zaretto – «strumenti di controllo e di accertamento superiori, avendo accresciuto anche la propria preparazione. Oggi il contraddittorio con l’amministrazione finanziaria è molto più interes­sante professionalmente e anche molto più delicato».

La ricercatezza nei metodi di contrasto è sfociata anche nel campo mediatico. Non sono pochi i professionisti che sottolineano questo aspetto, oscillando tuttavia tra posizioni più oltranziste ad altre più concilianti. Nel primo caso si mette l’accento sulla trasformazione del rapporto tra cittadino e amministrazione, oggi completamente squilibrato a favore di quest’ul­tima. Spiega Morri: « Il rapporto tra l’Erario e il contribuente ha visto nell’ultimo decennio rin­forzarsi fortemente i poteri dell’amministrazio­ne e la capacità di enforcement. Questo potere va esercitato con equilibrio e misura. Qui la ma­gistratura gioca un ruolo arbitrale fondamenta­le. Nell’ambito dei vincoli europei e sotto il peso del debito pubblico, non sempre questo potere è stato esercitato in modo rispettoso dei diritti civili. Questo è un problema fondamentale ».

Altri, forse più pragmatici, invece di soffer­marsi sui mezzi si concentrano sui fini. O me­glio sulle conseguenze di tale strategia messa in campo dall’amministrazione. Francesco Guelfi e Francesco Bonichi di Allen & Overy sottoli­neano le conseguenze di una eventuale manca­ta compliance fiscale: il rischio reputazionale, a cui gli stessi clienti stanno sempre più attenti. « Quindici anni fa chi inquinava prendeva una sanzione nel silenzio generale, oggi è fotografa­to in prima pagina su tutti i giornali. Lo stesso accade in ambito tax. Prima il rischio fiscale ve­niva considerato sostanzialmente solo in termi­ni di impatto in bilancio e quindi dal Cfo, oggi diventa una varia bile legale, reputazionale e di mercato. I clienti ci chiedono di verifi care non solo se la situazione è conforme alla nor mativa, ma anche se le modalità che si intendono imple­mentare possano comportare rischi di carattere reputazionale. Le misure adottate devono ispi­rarsi a principi di massima trasparenza e cor­rettezza, non solo dal punto di vista tecnico ma an che rispetto all’immagine della società nei confronti della collettività ». Il bisogno di mi­nimizzare gli effetti mediatici ha così portato a valutare strade che anticipino la fase patolo­gica, quella del contenzioso, tendenzialmente incline a finire sulle prime pagine dei giornali. Spingendo verso una direzione di interlocuzio­ne preventiva da parte dei vari contribuenti con l’amministrazione finanziaria. « Interveniamo sempre meno nella minimizzazione dell’one­re fiscale, e sempre di più nella protezione dal rischio di essere considerati inadempienti », af­ferma un fiscalista. I ruling, per esempio, co­stituiscono nel transfer pricing uno strumento di gestione e mitigazione del rischio sempre più sentito, e le stesse misure contenute nel patent box vanno incontro a una compliance più completa. Allo stesso modo si è espansa l’attività di tax controversy in riferimento a precontenzio­so e misure alternative al litigation. Cercando, per esempio, di prevenire le problematiche at­traverso la predisposizione di una idonea co­municazione o tramite la richiesta di interpelli all’amministrazione finanziaria. 

 

L’amministrazione come « abilitatore » 
Il patent box non rappresenta, però, solo una misura diretta a una interlocuzione più profonda con le autorità. Adottato con il cosiddetto Investment Compact (d.l. 3/2015), intende allineare la legi­slazione italiana agli standard internazionale, per contrastare la fuga - dal secondo Paese manifat­turiero d’Europa - di grandi imprese come Fiat Gtech (ex Lottomatica), di marchi di riferimento italiani come le griffe della moda e di importanti centri di ricerca come quello di Gsk. La società farmaceutica, che nel 2010 aveva avviato un piano di delocalizzazione in Cina di sei centri di ricerca nel mondo, incluso quello di Verona, ha intrapre­so recentemente un percorso inverso, tornando a investire nel Vecchio Continente. Acquisendo i centri di ricerca toscani di Novartis e rilanciando i propri stabilimenti veneti. Il patent box ha avuto un suo ruolo in questa decisione: è infatti un siste­ma fiscale agevolato sui proventi derivanti dallo sfruttamento di brevetti e di altri titoli di proprietà intellettuale come marchi e disegni. La coopera­zione tra Paesi ha attenuato l’aggressiva concorren­za fiscale che l’ha fatta da padrone fino a qualche tempo fa. E ha spinto i governi ad aiutare il rilancio delle strutture produttive dei propri Paesi, puntan­do alle norme più avanzate a livello internazionale.

Una concorrenza finalmente al rialzo, in cui il ruolo della nostra amministrazione finanziaria non si è dimostrato secondario. Facendo leva su una delle variabili, quella fiscale, che più penalizza­no la crescita delle nostre imprese. Liberare il po­tenziale, essere propulsori di investimenti. Un leit­motiv che aveva già guidato anche l’introduzione del Decreto Crescita e Competitività (d.l. 91/2014), attraverso misure fiscali atte, per esempio, a favo­rire le emissioni obbligazionari o le spese per nuovi macchinari e impianti. Completano il quadro la riforma delle Siiq, la normativa sulle cartolarizza­zioni e i project bond. «Vediamo una ripresa degli investimenti esteri in Italia, in particolare nel real estate, nei crediti, ed è ripartito il filone dell’assi­stenza su operazioni straordinarie. Le ultime mo­difiche di legge fiscali hanno reso più semplice per gli investitori esteri comprare asset in Italia e con­cedere finanziamenti ad imprese italiane».


L’amministrazione come « ecosistema » 
Il lavoro dei fiscalisti non si esaurisce in rispo­sta ai trend normativi e alla ricerca del gettito da parte del Pubblico. Il riferimento per i pro­fessionisti è sempre il cliente e così le dinamiche di mercato sono altrettanto importanti. Sono tre i filoni principali in cui il ruolo dell’ammini­strazione è considerato « neutro », in cui bisogna trovare le migliori soluzioni per le necessità del cliente, chiunque esso sia, facendo i conti con l’e­cosistema fiscale vigente. Il primo filone, il più evidente, riguarda l’internazionalizzazione del­le imprese che pone ai professionisti, così come agli studi, nuove sfide e terreni di evoluzione. In termini di ruolo, meno tecnico e più imprendi­toriale, e in termini di competenze da assorbire per non cedere sul terreno della professionalità. « Il contesto è effervescente – dice Angelo Bonis­soni di Cba –, e cresce l’aspettativa del prodotto fiscale in quanto strumentale alla strategia delle imprese. Se il processo è quello irreversibile della globalizzazione, al fiscalista è richiesta la cono­scenza anche della norma internazionale, non si può più prescindere dal comparato ».

Il secondo filone è legato al primo, ma riguarda le problematiche strutturali delle piccole e medie imprese. Per competere su scala globale sempre più aziende hanno oggi bisogno di un expertise fiscale che però – sviluppata internamente – po­trebbe essere difficilmente sostenibile per le casse societarie. L’outsourcing completo del diparti­mento fiscale rappresenta un elemento di novità interessante per il mercato.

Il terzo filone, il più nascosto, riguarda inve­ce un’area che acquisterà sempre più rilevanza negli anni a seguire, cioè la gestione dei patri­moni. Più di altri, quello del fiscalista è un la­voro fiduciario. E ci sono poche situazioni in cui questa variabile assume più peso e rilevan­za rispetto alla consulenza per le proprie atti­vità finanziarie. Le possibilità di intraprendere questa direttrice sono diverse: si va dai passag­gi generazionali e alla continuità aziendale al wealth management di imprenditori o in gene­rale di clienti facoltosi. Ma, dal momento che la gestione del patrimonio è una disciplina rela­tivamente recente, gli sviluppi nell’approcciar­si a questo campo possono essere molteplici, anche di carattere « didattico », come racconta Francesco Nobili di Biscozzi Nobili. « Si tratta di un’attività di formazione nei confronti dei soggetti che lavorano nei family office, dove c’è interesse per fornire consulenza globale al cliente. Parliamo anche di consulenza sulla fi­scalità finanziaria: le banche non la offrono e i clienti si appoggiano direttamente a noi ». 

 
L'indagine integrale sul Tax pubblicata da TopLegal Review (luglio 2015) è disponibile disponibile qui.

 
TAX
GUIDA ALLE FASCE - RICERCHE DAL 2012 AL 2016
Sono due i parametri utilizzati per la definizione delle fasce:

■ la QUANTITÀ delle segnalazioni e dei consensi ricevuti da clienti controparti e colleghi;
■ la QUALITÀ percepita dal mercato attra­verso l’analisi e la valutazione anche comparata dei commenti. Il peso di ponderazione è basato sull’autore­volezza della fonte di provenienza.

Gli studi e i professionisti sono ordinati alfabeticamente all’interno delle sezioni.

FASCIA 1
Leader del mercato con riconoscimento diffuso e consolidato
In termini quantitativi, registra il maggior numero di segnalazioni da soggetti al vertice del mercato di riferimento. In termini qualitativi, le segnalazioni arrivano, oltre che da propri clienti, anche da concorrenti e controparti. Indice di un riconoscimento diffuso e consolidato.

FASCIA 2
Protagonista del mercato con riconoscimento diffuso
In termini quantitativi, registra un numero di segnalazioni che si inquadra nel range superiore alla soglia critica. In termini qualitativi,
le segnalazioni provengono in percentuale variabile da clienti,
concorrenti e controparti, e sono di natura prevalentemente spontanea. Indice di un riconoscimento diffuso, anche se non consolidato.

FASCIA 3
Protagonista con riconoscimento focalizzato
In termini quantitativi, registra un numero di segnalazioni che raggiunge la soglia critica della ricerca. In termini qualitativi, le segnalazioni provengono in percentuale variabile da clienti, concorrenti e controparti, e sono generalmente di natura sollecitata. Indice comunque di un riconoscimento, seppure non diffuso né consolidato.









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